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Trattenimento illegittimo nei centri hotspot: l’Italia non si è ancora adeguata a quanto stabilito dalla CEDU nella sentenza Khlaifia
È quanto abbiamo denunciato insieme ad A Buon Diritto e all’Associazione Studi Giuridici Immigrazione inviando due comunicazioni al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa – per segnalare alcune prassi poste in essere all’interno degli hotspot italiani – che continuano a ledere i diritti umani.
Nonostante, infatti, nel 2016 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si fosse pronunciata in merito condannando l’Italia per la detenzione arbitraria di cittadini stranieri nel Centro di soccorso e prima accoglienza di Contrada Imbriacola a Lampedusa e a bordo delle navi Vincent e Audacia, la detenzione negli hotspot italiani è ancora oggi caratterizzata da assenza di base legale e condizioni di trattenimento che non garantiscono il rispetto dei diritti e la dignità dei cittadini stranieri in arrivo.
 
La detenzione arbitraria negli hotspot avviene ancora senza una chiara base legale, senza un atto scritto adottato dall’autorità competente e convalidato da un giudice, senza un termine massimo di detenzione e senza fornire adeguata informativa sui motivi della detenzione, in aperta e grave violazione dell’articolo 13 della Costituzione e delle garanzie previste dall’articolo 5 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo.
 
Ulteriori preoccupazioni riguardano le condizioni di trattenimento, che continuano ad essere fortemente inadeguate e a non garantire il rispetto dei diritti e la dignità dei cittadini stranieri in arrivo, con particolare riferimento al centro hotspot di Lampedusa caratterizzato anche durante l’emergenza sanitaria da situazioni di forte sovraffollamento. La prassi della detenzione ostacola inoltre l’accesso ad altri diritti fondamentali quali il diritto all’informazione e alla difesa.
 
Sempre nel 2016 la Corte aveva condannato l’Italia anche per l’assenza di mezzi di ricorso contro tale trattenimento e le sue condizioni.
 
Ad oggi l’ordinamento italiano continua a non prevedere la possibilità di un ricorso effettivo all’autorità giudiziaria al fine di contestare le condizioni di detenzione e l’eventuale mancato rispetto dei diritti previsti in materia di privazione della libertà personale.
La stessa procedura di reclamo al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale introdotta dal D.L. 130/2020, non è prevista per le persone detenute in hotspot.
Come osservato di recente dallo stesso Garante nel dibattito parlamentare relativo alla conversione in legge del D.L. 130/2020 “il mancato riconoscimento della possibilità di reclamo negli hotspot” non soddisfa quanto richiesto dalla Corte Edu e dal Comitato dei Ministri nel caso Khlaifia creando una disparità di trattamento tra chi è trattenuto in Cpr e “avrà accesso a tutta una serie di garanzie e potrà esercitare tutta una serie di diritti e facoltà previsti dal cosiddetto Regolamento unico Cie, godrà dell’attività di vigilanza delle figure autorizzate a entrare nei Centri ai sensi dell’articolo 67 dell’ordinamento penitenziario, avrà la possibilità di presentare istanze e reclami agli organismi di garanzia”, e chi è trattenuto in hotspot o “in un ‘locale idoneo’/’struttura idonea’ non potrà accedere a nessuna delle sopra indicate prerogative.”
Per questo già nel 2018 e nel 2019 sempre con A Buon Diritto e ASGI avevamo inviato una serie di comunicazioni per chiedere al Comitato dei Ministri di continuare a monitorare l’operato del Governo.
Continueremo a vigilare e a denunciare le condizioni negli hotspot finché il nostro paese non non si adeguerà a quanto stabilito dalla CEDU.