La “Guantanamo italiana” fuori dallo Stato di diritto

CPR
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di Federica Borlizzi

 

Il CPR di Palazzo San Gervasio si trova al confine tra Puglia e Basilicata, in una zona periferica lontana dal relativo paesino di circa 4.500 abitanti, a 65 km da Potenza. 

Come aveva raccontato a CILD l’avvocato Arturo Covella, facente parte dell’Osservatorio Migranti Basilicata, il Centro si trova su un terreno che era stato confiscato alla mafia e, per lungo tempo, è stato un luogo in cui veniva data accoglienza ai lavoratori stagionali impiegati nella raccolta del pomodoro nelle campagne del Vulture Alto Bradano. 

Senonché, nell’aprile del 2011, per far fronte alla c.d. “emergenza nord-Africa”, l’allora Presidente del Consiglio, Berlusconi, firmò un’ordinanza per l’apertura straordinaria di Centri di Identificazione ed Espulsione Temporanei (CIET) nei comuni di Santa Maria Capua Vetere (CE); Trapani; Palazzo San Gervasio (PZ). L’operazione aveva un valore stimato di 10 milioni di euro, di cui 6 milioni per l’adeguamento delle strutture e 4 milioni per la gestione. I tre Centri, che dovevano essere attivi fino al dicembre del 2011, avrebbero dovuto ospitare fino ad un massimo di 500 persone.

Nel giugno del 2011, a pochi mesi dall’apertura del CIET di Palazzo San Gervasio (la cui gestione era stata assegnata, senza bando, al noto consorzio Connecting people) un’inchiesta di alcuni giornalisti dell’Espresso denunciò l’orrore della “Guantanamo italiana”: 57 cittadini tunisini, in attesa di rimpatrio, erano intrappolati in una struttura che aveva le sembianze di una gabbia per uccelli, con reti alte cinque metri e recinzioni di ferro a maglie strette; senza la possibilità di nominare i propri legali di fiducia e con la violazione dei più elementari diritti.

Proprio le inchieste sulle indegne condizioni di trattenimento portarono alla chiusura del CIE di Palazzo San Gervasio, nonostante la volontà dei diversi governi – Berlusconi prima e Monti poi – di continuare a mantenere la struttura attiva.

Nel corso degli anni, numerosi sono stati i tentativi di una riapertura di tale Centro. Riapertura diventata realtà con l’arrivo del Ministro dell’Interno Minniti nel 2017. Da allora, infatti, la gabbia di metallo è di nuovo funzionante e, al suo interno, come dieci anni fa, continuano a perpetrarsi gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle persone trattenute. 

L’attuale gestione del CPR di Palazzo San Gervasio

Nato nel segno di una fantomatica emergenza nel 2011, anche sei anni dopo il – nel frattempo divenuto – Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio riapre in maniera del tutto anomala, con lo specifico scopo di favorire il rimpatrio dei cittadini tunisini. 

Infatti, nel novembre del 2017, la Prefettura di Potenza pubblica la procedura negoziata per l’affidamento del servizio di gestione straordinaria del CPR di Palazzo San Gervasio, per una ricettività di 150 posti. 

Il valore presunto della di tale Convenzione, si legge sempre nel suddetto “avviso urgente”, non potrà superare i 750.000 euro ed è calcolato secondo il prezzo derivante dal ribasso sulla base d’asta pro capite e pro die di € 37,81 (esclusa IVA). In base ai documenti pubblicati dalla Prefettura di Potenza, sembra che ad essersi aggiudicata l’affidamento della gestione straordinaria del CPR, dal gennaio 2018 fino al completamento della gara europea, sia stata la società Engel Italia, che ha effettuato un’offerta di 26,99 euro pro capite e pro die, con un ribasso del 28,60%. 

La stessa Engel Italia srl risulterà vincitrice anche del bando di gara, aggiudicandosi – nel luglio 2018 – la gestione del CPR di Palazzo San Gervasio per 3 anni e per un importo contrattuale complessivo di più di 6 milioni di euro (6.210.292,00, IVA esclusa).

Il curriculum della società che gestisce dal 2017 il CPR in provincia di Potenza non è dei migliori, essendo più volte entrata nell’occhio del ciclone per episodi poco chiari denunciati in Campania. In particolare, è salita agli “onori” della cronaca nel 2014, quando alcuni richiedenti asilo di un Centro di accoglienza di Paestum, da essa gestito, denunciarono con un video pessime condizioni di accoglienza e l’utilizzo di armi da parte degli operatori per intimidire gli ospiti

Quanto al CPR di Palazzo San Gervasio, sembra essere pendente, presso la Procura di Potenza. un procedimento penale a carico di Engel per la gestione del Centro, anche se non si hanno informazioni aggiuntive sullo stato delle indagini. Nel frattempo, però, la società Engel sembra essersi specializzando nel fiorente business del trattenimento, essendo – dal 30 settembre 2021- divenuta anche gestore del CPR di Milano.

Lo stato della struttura

Il CPR di Palazzo San Gervasio apre, dunque, in via straordinaria nel gennaio 2018, prima che si fosse conclusa la gara europea per l’affidamento ordinario della gestione e prima che fossero terminati gli stessi lavori di ristrutturazione. Come evidenziato, tale celerità nell’attivazione del Centro deriva dalla necessità, affermata dal Ministero dell’Interno, di dover procedere al rimpatrio dei cittadini tunisini che, all’epoca, stavano giungendo sul territorio italiano. 

Nel febbraio del 2018, durante la visita del Garante nazionale al Centro, si riscontrano numerose criticità della struttura, riscontrate – in aggiunte ad altre – anche nella visita del giugno 2019.

Anche a causa delle suddette criticità riscontrate dal Garante nazionale, il CPR di Palazzo San Gervasio è stato chiuso per lavori di ristrutturazione nel maggio 2020 ed è stato riaperto il 22 febbraio 2021.

Tuttavia, dalle informazioni in nostro possesso, le condizioni di trattenimento continuano a presentare notevolissimi profili problematici.

Infatti, in seguito ad apposita istanza di accesso civico generalizzato presentato dalla CILD, la Prefettura di Potenza, in data 15 settembre 2021, ha riferito informazioni preoccupanti sullo stato della struttura.

Oltre al fatto che il Centro continui ad essere privo di un locale adibito a mensa, le maggiori criticità sembrano riguardare proprio i locali di pernotto. Infatti la Prefettura ha comunicato come il Centro sia dotato di 28  stanze, ciascuna di 25 mq ed in cui sono ospitate ben 8 persone. Una presenza illegittima che, di fatto, espone i trattenuti al concreto rischio di trattamenti inumani.

I diritti negati: la storia di Adam

Dallo scorso febbraio siamo in diretto contatto con Adam (nome di fantasia), ragazzo senegale che si trova in questo Centro da quasi due mesi, nonostante le sue gravissime condizioni di salute dovrebbero comportare la sua inidoneità alla vita in comunità ristretta. 

La storia di Adam, che abbiamo già denunciato e che continueremo a denunciare nelle prossime settimane, è simile a quella di molti altri trattenuti, vittime del becero sistema della detenzione amministrativa. 

Una storia che ci parla di continui abusi di potere, di violazione di norme, di lesioni di diritti fondamentali. Un coacervo di violenza che si racchiude in quello che Adam ha dovuto subire in questi mesi e che, purtroppo, continua a subire: 

  • anzitutto, contrariamente a quanto espressamente previsto dall’art. 3 del Regolamento Unico CIE, Adam non è stato sottoposto ad alcuna visita medica da parte della ASP di Potenza prima di accedere nel CPR. Il medico dell’ente gestore del Centro si è limitato a riscontrare la presenza di un tampone negativo a COVID-19 ed ha concluso per la sua idoneità, nonostante lo stesso ragazzo avesse affermato di aver subito un grave incidente che gli aveva provato fratture multiple su tutto il corpo e un ematoma cerebrale, oggetto di continuo monitoraggio;
  • in secondo luogo, appena fatto ingresso nel CPR ad Adam viene immediatamente sequestrato – in maniera del tutto arbitraria – il telefono cellulare, secondo una prassi che non trova fondamento in alcuna disposizione normativa e che, peraltro, è stata già censurata dal Tribunale di Milano (ordinanza del 15 marzo 2021);
  • in terzo luogo, ad Adam non è stato “permesso” di nominare, prima dell’udienza, un legale di fiducia, secondo una gravissimo modus operandi in uso nel CPR di Palazzo San Gervasio e denunciato, da anni, da diverse associazioni. Durante la convalida, dunque, Adam è stato seguito da un avvocato di ufficio che non ha potuto produrre, non conoscendola, tutta la documentazione sanitaria che andasse a provare l’inidoneità alla vita in comunità ristretta;
  • in quarto luogo, ad Adam è stato “consentito” di accedere al telefono dell’ente gestore solo dopo l’udienza di convalida. Essendo stato privato del proprio cellulare, il ragazzo non aveva accesso alla sua rubrica ed è riuscito a contattare le associazioni che lo seguivano, solo perché (caso del tutto fortuito) ricordava a memoria il numero della dottoressa che lo aveva in carico. Se ciò non fosse accaduto, Adam si sarebbe ritrovato del tutto isolato ed impossibilitato  a denunciare le condizioni indegne del proprio trattenimento.

Ci ripromettiamo, a breve, di dare conto dell’evoluzione di questa vicenda che ci vede, attualmente, aver presentato un nuovo ricorso d’urgenza alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per ottenere l’immediata liberazione di questo ragazzo.

Nel frattempo concludiamo con le parole proprio di Adam che, durante un colloquio telefonico con la dottoressa che lo aveva in carico e che cercava di rassicurarlo sul fatto che, essendo gravemente malato, ci si stava adoperando per ottenere la sua liberazione, ha detto: Indipendentemente dalle condizioni di salute, nessuno dovrebbe stare in questo posto. E’ un luogo orribile, peggiore di qualsiasi carcere, in cui le persone sono rinchiuse solo per non avere dei documenti. Quale sarebbe la nostra colpa? Veniamo trattati come animali, privati anche solo di un lenzuolo per dormire. Rinchiusi in una gabbia in mezzo al nulla”. 

 

Foto via Terre di Frontiera