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di Patrizio Gonnella, presidente CILD e Associazione Antigone

 

La possibilità di continuare a lottare da uomo libero: ecco cosa va garantito a Edward Snowden, che ha rivelato la pratica e la retorica della sorveglianza di massa e i programmi americani – e non solo americani – di controllo digitale su scala globale. Un tema che ci riguarda tutti, come ha ricordato anche Oliver Stone nel suo film ‘Snowden’, presentato ieri in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma.

Edward Snowden è un informatico americano. Più o meno tre anni fa, nel giugno del 2013, decise di rendere pubblici i programmi di sorveglianza di massa dei governi degli Stati Uniti e del Regno Uniti. Lui, che aveva lavorato con la CIA e la NSA (la National Security Agency) decise di rischiare in prima persona e rendere pubblico ciò che fino a quel momento era stato invece rigorosamente segreto.

Edward Snowden è un prigioniero di coscienza, costretto all’esilio in un paese lontano e non proprio rispettoso dei diritti umani, ovvero la Russia di Putin. Ha compiuto un atto di coscienza. E per quell’atto di coscienza gli Stati Uniti hanno messo in moto la loro durissima macchina della giustizia criminale.

La democrazia dovrebbe essere un’agorà, una casa di vetro, un luogo dove non si trama alle spalle dei cittadini, dove il controllo delle informazioni deve sempre avere un avallo giurisdizionale.

Oggi Snowden è accusato sostanzialmente di spionaggio, di furto di notizie di proprietà del governo e comunicazione non autorizzata delle stesse. Rischia grosso, forse la vita per avere violato una legge vecchia cento anni, una legge che invece andrebbe abolita. Chelsea Manning, anche lei whistleblower, deve scontare vari decenni di galera in isolamento per fatti analoghi.

La giustizia americana lo insegue, eppure la storia e le istituzioni gli stanno dando progressivamente ragione: il Parlamento europeo ne ha chiesto la libertà. I giornalisti del Washington Post e del Guardian che fecero l’inchiesta hanno vinto il premio Pulitzer, il Congresso degli Stati Uniti ha dovuto limitare i poteri di sorveglianza di massa dalla National Security Agency con il Freedom Act, le Corti americane hanno iniziato a limitare i poteri di sorveglianza della National Security Agency.

La legge per cui Snowden è perseguito risale agli inizi del secolo passato. È una legge che prevede pene durissime. Una legge pensata durante la Prima Guerra Mondiale, quando la comunicazione avveniva con il telegrafo. L’istituto della grazia serve anche a svelare le ingiustizie della legge, a temperare le sue asprezze, a fare giustizia delle ingiustizie quotidiane. La grazia è un istituto presidenziale. È un atto asimmetrico, unilaterale nelle mani del Presidente Barack Obama. La cultura liberale e democratica non può tollerare la persecuzione di Edward Snowden.

Per questo negli Stati Uniti l’American Civil Liberties Union, Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto a Obama di graziare Edward Snowden*, di fermare il processo nei suoi confronti. L’appello è stato finora sottoscritto tra gli altri da George Soros, fondatore e capo di Open Society Foundations, Steve Wozniak, co-fondatore di Apple, Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, Michael Stipe, musicista e fondatore dei R.E.M., Bruce Ackerman, professore alla Yale Law School, Daniel Radcliffe, attore.

Tutti noi dobbiamo qualcosa a Edward Snowden. Chiunque creda nella democrazia, nella trasparenza, nella libertà deve qualcosa a Edward Snowden.

La grazia per Edward Snowden è sacrosanta. Ce lo ha ricordato anche Oliver Stone nel suo film. Dovremmo ricordarlo anche noi, pensando ai nostri diritti e a chi ha rischiato in prima persona perché fossero rispettati.

 

 

*Qui il sito della campagna Pardon Snowden.
Qui la petizione a sostegno della campagna per chi non è cittadino americano