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Non costituisce un pericolo per la sicurezza nazionale ed è quindi idoneo al rilascio“.
Così si è pronunciata la commissione di revisione periodica su Mohamedou Ould Slahi che ha trascorso più di quattordici anni in quel “buco nero legale” che è Guantanamo in quanto sospettato di terrorismo e senza però essere mai accusato di un singolo crimine.

La decisione è stata accolta con grande soddisfazione dell’American Civil Liberties Union (ACLU), che da tempo chiede la libertà di Slahi e la chiusura del campo di detenzione di Guantanamo.

Quanto ancora bisognerà attendere per la chiusura di Guantanamo?

Resta adesso da vedere quando sarà dato seguito alla decisione: nella base militare americana a Cuba sono attualmente detenuti ancora 76 individui, di cui 31 già dichiarati idonei al rilascio ed in attesa di essere rimessi in libertà.

Pare insomma ancora lontano l’obiettivo della chiusura definitiva dell’infernale campo di detenzione di Guantanamo, nonostante l’impegno assunto in questo senso da Obama già dal 2009  (quando, appena insediato, firmò un ordine esecutivo che la imponeva entro dodici mesi) e solennemente reiterato nel febbraio di questo anno.
Il processo di svuotamento della struttura è parso infatti a lungo procedere a rilento, anche se nelle ultime settimane si è avuta una apparente accelerata, con il trasferimento di due ex detenuti in Serbia e di un altro in Italia (un’accoglienza per motivi umanitari che è stato salutato con favore dalla società civile).
C’è quindi forse ragione di azzardare un po’ di ottimismo e sperare che Obama riesca a mantenere fede in extremis alla sua promessa, evitando il fallimento su uno dei punti fondamentali del suo programma.

 

Foto: Medill DC / Flickr Creative Commons
Foto: Manifestazione per chiedere la chiusura di Guantanamo – Medill DC / Flickr Creative Commons

Il diario di Guantanamo

Il motivo per cui chiudere Guantanamo è un imperativo che non può proprio essere rinviato ce lo spiega bene proprio Slahi che, da recluso nella sua cella di isolamento a Camp Echo, ha messo insieme un corposo memoir – quasi 500 pagine, più di 120.000 parole – in cui denuncia i terribili abusi subiti nell’inferno del campo di prigionia.

Il testo è stato a lungo catalogato come confidenziale e tenuto sotto chiave.
Solo dopo sei anni di dispute legali, il manoscritto  è stato infine declassificato e messo nelle mani di Larry Siems, scrittore e attivista per i diritti umani, che ne ha curato l’editing e la pubblicazione sotto il titolo di Guantanamo Diary.
Il libro è stato infine mandato alle stampe nel gennaio del 2015 – diventando immediatamente un bestseller internazionale e riportando prepotentemente all’attenzione dell’opinione pubblica la drammatica situazione di Guantanamo.

FOTO: Copertina di Guantanamo Diary

Nonostante le evidenti censure intervenute, il manoscritto – il primo e, ad oggi, l’unico prodotto da un detenuto di Guantanamo – racconta infatti in maniera dettagliata le violenze subite da Slahi tra violenze terribili, umiliazioni sessuali e minacce di morte. Un calvario andato avanti per anni e anni: era il 1999 quando Slahi è stato arrestato in Mauritania, il 2002 quando è giunto a Guantanamo (dopo essere stato detenuto in Giordania e Afghanistan). Sempre senza un’accusa formulata contro di lui, senza nessuna prova di un suo coinvolgimento nelle attività terroristiche di Al Qaeda.

Guantanamo addio?

Adesso, forse, inizia finalmente un nuovo capitolo, per Slahi e per gli altri detenuti di Camp Echo. La speranza è che Obama riesca a mantenere la sua fondamentale promessa e che si possa infine dire addio una volta per tutte alla vergogna di Guantanamo.

 

Approfondimento a cura di Corallina Lopez Curzi.
Foto di copertina: Wikimedia Commons
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