Caso Lo Porto: arriva il risarcimento per l’operatore umanitario ucciso da un drone americano

FOTO: Stephen Melkisethian / Flickr Creative Commons
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A più di un anno e mezzo dall’uccisione di Giovanni Lo Porto ad opera di un drone americano, arriva finalmente il risarcimento del governo statunitense per la famiglia. Facciamo il punto sulla complessa vicenda.

L’uccisione di Lo Porto ad opera di un drone americano

Era il gennaio 2015 quando l’operatore umanitario di origini siciliane Giovanni Lo Porto veniva ucciso in Pakistan da un drone americano in circostanze mai completamente chiarite. Lo Porto era da anni ostaggio di Al Qaeda – per la precisione, dall’inizio del 2012, poco dopo il suo arrivo nel paese per partecipare a una missione umanitaria – ed è rimasto vittima di un’operazione condotta dalla CIA contro l’insediamento dei terroristi. Insieme a lui perdeva la vita anche il cittadino americano Warren Weinstein (anche lui operatore umanitario, anche lui ostaggio dell’organizzazione da anni).

L’ammissione di responsabilità degli Stati Uniti e il tanto atteso risarcimento

Qualche mese dopo, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama accettava la “piena responsabilità” per l’avvenuto e prometteva di condurre un’indagine approfondita e provvedere al risarcimento delle famiglie. Promessa che però è lungamente restata disattesa: per quasi un anno, infatti, i familiari di Lo Porto non hanno infatti avuto notizie dal governo statunitense – che è tornato a farsi sentire solo nel marzo del 2016, a seguito delle pubbliche rimostranze della famiglia. La stessa mancanza era peraltro lamentata dai Weinstein, il cui legale denunciava nel febbraio 2016 il fallimento da parte della Casa Bianca di procedere al doveroso risarcimento.

Questa settimana si è infine raggiunto un accordo tra il governo USA ed i familiari di Lo Porto in merito al risarcimento, che avverrà nella forma di una compensazione “ex gratia” (il che implica l’assenza di qualsiasi ammissione di colpevolezza da parte degli americani e la possibilità ancora aperta per la famiglia di procedere ad azioni legali). Resta invece non chiaro lo status delle trattative con i Weinstein.

Un precedente per la trasparenza?

Nonostante i tanti nodi ancora da sciogliere, un dato deve essere evidenziato: sull’uccisione di Lo Porto e Weinstein la Casa Bianca ha assunto un atteggiamento inedito, gestendo la vicenda in maniera significativamente più trasparente rispetto a quanto avvenuto con riguardo agli altri casi di morti di civili (perlopiù non occidentali) a causa di attacchi con droni.

Nella questione dei costi umani delle operazioni con droni – come già ben spiegava l’articolo di approfondimento di Philip Di Salvo – la trasparenza è un punto davvero critico, e rappresenta una vera e propria sfida: se questo mese il governo statunitense si è infine deciso a rendere pubblici i propri dati ufficiali sulle vittime degli attacchi con i droni, i numeri forniti sono infatti contestati da numerose organizzazioni non governative. In generale, nonostante l’amministrazione Obama si proclami “il governo più trasparente di sempre”, le tattiche di guerra e di eliminazione tramite droni da parte degli Stati Uniti restano avvolte in una preoccupante cappa di segretezza e mancanza di trasparenza.

In questo senso è quindi senz’altro da apprezzare l’atteggiamento assunto nella vicenda Lo Porto, con la speranza che possa costituire un precedente importante nel definire un cambio di attitudine rispetto al passato. Naureen Shah, direttrice del programma sicurezza e diritti umani di Amnesty International America, ha sottolineato come il riconoscimento pubblico che è stato doverosamente dato al caso di Lo Porto spetterebbe di diritto anche ai tanti altri casi che sono restati nell’oscurità – in quanto non dare alcuna conseguenza a queste morti va contro il fondamentale principio di universalità dei diritti umani.

Non resta che sperare che si possano finalmente avere trasparenza e accountability anche per i (tanti) casi come quello di Mamana Bibi: sulla morte dell’anziana donna pakistana, uccisa in un’operazione del 2012 della CIA, non si è avuta nemmeno una parola da parte degli americani, come denunciato da Amnesty International America ma anche dal figlio della donna in un articolo pubblicato su Time alcuni giorni fa.

 

Approfondimento a cura di Corallina Lopez Curzi.
Foto di copertina: Stephen Melkisethian / Flickr Creative Commons.