Albania, l’accordo sui CPR con l’Italia va verso la scadenza?
L’intesa tra Italia e Albania sui centri per le persone migranti potrebbe non essere rinnovato oltre il 2030, secondo quanto detto in un’intervista dal ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha. Il ministro ha infatti sottolineato come “una volta che l’Albania entrerà a far parte dell’Unione Europea, non sarà più territorio extraterritoriale”; Tirana punta infatti all’adesione all’Ue entro il 2030, il che renderebbe incompatibile l’attuale impianto giuridico dell’accordo bilaterale. Il premier Edi Rama è successivamente intervenuto per smorzare le polemiche, chiarendo che il protocollo “resterà finché l’Italia lo vorrà” e sostenendo che le parole di Hoxha sarebbero state interpretate fuori contesto. Ciò non cancella però il nodo politico e giuridico sollevato dalla vicenda: il modello dei CPR in Albania poggia sul presupposto che quest’ultimo sia un Paese extra-comunitario, ed un eventuale ingresso nell’Ue obbligherebbe le parti a ripensare radicalmente il progetto.
Annunciata nel novembre 2023 e ratificata l’anno successivo, l’intesa quinquennale era stata presentata dal governo Meloni come simbolo della sua strategia per la gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo. L’obiettivo era l’esternalizzazione: trasferire le persone migranti soccorse in acque internazionali verso le strutture di Shëngjin e Gjadër, costruite e gestite da parte italiana seppur in territorio albanese, per effettuare le procedure di identificazione e asilo sotto giurisdizione italiana.
Fin dall’inizio il progetto ha incontrato resistenze sul piano giuridico e politico. Anzitutto, diverse decisioni dei giudici italiani ed europei hanno rallentato o bloccato i trasferimenti di persone migranti nei centri albanesi, mettendo in discussione la compatibilità dell’accordo con il diritto europeo e con le tutele previste per le persone richiedenti asilo. Parallelamente, anche le organizzazioni per i diritti umani, e CILD stessa nella ricostruzione dell’accordo, hanno criticato il modello dei CPR in Albania, sottolineando come l’esternalizzazione della detenzione crei strutture poco trasparenti e dunque difficilmente monitorabili, riducendo l’effettivo accesso ai diritti fondamentali. Alle critiche umanitarie si sono affiancate quelle economiche: secondo la relazione tecnica allegata al protocollo, il costo complessivo dell’operazione per l’Italia supera i 650 milioni di euro. Infine, altri numeri che hanno alimentato il dibattito politico sono quelli delle persone transitate per i centri, che finora risulterebbero circa 600, a fronte di una capacità operativa prevista rivendicata dal governo di circa tremila posti.
Il dibattito politico sul tema rimane polarizzato. Mentre l’opposizione attacca duramente il governo, accusandolo di aver investito centinaia di milioni in un progetto inefficace, la maggioranza continua a difendere l’intesa e sostenere che il protocollo abbia aperto una nuova strada nella gestione europea delle migrazioni.
A tre anni dalla firma il progetto resta dunque al centro di tensioni politiche e giuridiche, ma in questo contesto si inserisce ora l’incognita temporale, in quanto le recenti dichiarazioni provenienti da Tirana suggeriscono che la durata dell’intesa potrebbe essere più incerta del previsto e legata a equilibri geopolitici in evoluzione.



