Nel decreto Rilancio le norme per regolarizzare i lavoratori migranti

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Con un articolo inserito all’interno del decreto Rilancio, il 110-bis, recante norme per “Emersione di rapporti di lavoro”, il governo apre alla regolarizzazione di centinaia di migliaia di migranti che, nonostante il loro status di irregolari, da anni vivono e lavorano nel nostro paese.

Una buona notizia, che non può che essere vista con soddisfazione per i tanti che da anni sostengono le lotte e le rivendicazioni di queste persone e che avevano chiesto al governo di trasformare questa terribile crisi sanitaria e sociale legata alla pandemia per il diffondersi del Coronavirus in un’opportunità. E così è stato. Parzialmente, certo. Ci si sarebbe potuto e dovuto aspettare di più, con permessi di soggiorno di durata maggiore, una regolarizzazione che guardasse a tutti i settori economici e meno paletti posti per presentare le richieste, ma non si può negare che quanto previsto in questo decreto rappresenterà un passo in avanti. Potrà restituire dignità a questi lavoratori, contribuire a toglierli dalle mani dei caporali e aiutare l’economia del paese in questo momento così difficile (secondo Fondazione Moressa dalla regolarizzazione di questi lavoratori lo stato potrebbe guadagnare oltre 2 miliardi di euro). Un passo avanti anche se si pensa che, ad un certo punto, sembrava stesse sfumando l’opportunità di adottare questo provvedimento. Solo l’altro giorno con il nostro presidente, Arturo Salerni, avevamo dovuto ribadire l’urgenza di adottarlo.

Rispetto alla prima bozza di decreto, uscita quasi un mese fa, diverse cose sono cambiate. Alcune proposte provenienti dalla società civile sono state accolte. Nell’ambito della campagna Ero Straniero, tra le altre richieste, avevamo proposto che la regolarizzazione non riguardasse solo i braccianti, ma guardasse anche agli altri lavoratori. E questo allargamento – anche se come detto, parziale – c’è stato, e ad essere incluse sono state tutte quelle persone che lavorano come domestiche o che sono impegnate nell’impareggiabile lavoro di cura dei nostri cari.

Serviva un provvedimento che restituisse dignità a questi cittadini che, seppur invisibili, ogni giorno lavorano per garantire cibo e servizi. Ora l’importante è non fermarsi. I ghetti, le baraccopoli, il caporalato, lo sfruttamento, non spariranno all’indomani di questo decreto. Per questo serve l’impegno forte dello Stato, in tutte le sue componenti. Certo, con chi non è più forzatamente invisibile, questo compito potrà essere più semplice.

D’altro canto ci auguriamo che anche l’Unione Europea sostenga questa politica di emersione e regolarizzazione di questi lavoratori, così come abbiamo chiesto pochi giorni fa insieme ad un cartello di organizzazioni. Lo sfruttamento dei lavoratori, specie quelli agricoli, riguarda tutti e per questo deve essere un terreno comune d’intervento.

 

In copertina: bracciante in una serra di Pianoro, in provincia di Bologna (Aprile 2020). Foto di Arianna Pagani