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[Aggiornamento del 30 giugno 2017: il MISE ha ufficialmente revocato la licenza di esportazione di Area spa verso l’Egitto]

Oggi il Ministero dello Sviluppo Economico deciderà circa la licenza di esportazione ad Area spa, azienda sotto indagine per forniture di tecnologie di sorveglianza ai servizi siriani.

Ci occupiamo da tempo di questo tema e per questo chiediamo al MISE di fare seguito al suo annuncio dello scorso gennaio di revocare la licenza, a maggior ragione dopo tentativi da parte di alcuni dipendenti di Area di impedire di parlare del tema. All’appello si uniscono altre organizzazioni della società civile impegnate su questi temi, dall’italiana Hermes Center a una serie di organizzazioni internazionali tra cui Access Now.

Lo scorso gennaio  – con i colleghi inglesi di Privacy International e quelli italiani del Centro Hermes – avevamo scritto al MISE chiedendo chiarimenti e provvedimenti dopo la notizia che Area SpA sarebbe stata autorizzata a vendere tecnologia di sorveglianza delle comunicazioni in rete alla Technical Research Department (TRD), agenzia di intelligence egiziana dall’operato oscuro.
Un comunicato del MISE del 23 gennaio dichiarava che “Al termine del processo di riesame di cui sopra l’autorizzazione è stata sospesa e, in occasione della prossima riunione dell’apposito Comitato consultivo, si procederà alla sua revoca definitiva”.

Lo scorso aprile un documentario di Al Jazeera dal titolo Spy Merchants aveva mostrato – basandosi su indagini sotto copertura – aziende italiane e internazionali disposte a esportare apparecchiature di sorveglianza in paesi autoritari che violano regolarmente i diritti umani della popolazione, tra cui Iran e Sud Sudan.
Abbiamo riportato la notizia (senza peraltro menzionare le persone coinvolte), chiedendo al MISE maggiore trasparenza sulle licenze. In seguito abbiamo ricevuto una lettera dai legali di un dipendente di Area che minacciava procedimenti legali in relazione all’articolo.

Tecnologie di sorveglianza: un tema all’ordine del giorno

Per diffondere maggiore consapevolezza su questo argomento e sulle sue conseguenze oggi CILD pubblica una guida introduttiva al tema.

Non si tratta di episodi isolati, sporadici: ormai le notizie su governi che usano queste tecnologie per sorvegliare dissidenti, giornalisti, avvocati, sono all’ordine del giorno. Numerose aziende italiane ed europee producono questi software e alcune possano violare le leggi in vigore, purtroppo carenti, abilitando sorveglianza e tortura di regimi repressivi.

In questi giorni si parla della sorveglianza a cui erano sottoposti giornalisti e avvocati anti-corruzione da parte di agenzie di intelligence in Messico. Anche se l’azienda sotto accusa in questo caso non è europea, è ormai di dominio pubblico che un’azienda italiana, Hacking Team, aveva agenzie governative messicane tra i suoi principali clienti.

Due settimane fa i giornali inglesi hanno riportato che BAE, il più grosso produttore di armi britannico, avrebbe venduto tecnologie di sorveglianza di massa a governi come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Algeria e altri accusati di repressioni verso i dissidenti.

“Il caso italiano mostra in modo esemplare come la regolamentazione europea non riesca a proteggere attivisti, difensori dei diritti umani, giornalisti e, in generale, tutti gli utenti dall’impatto devastante delle tecnologie di cyber-sorveglianza. Il lavoro della Commissione per evidenziare l’impatto di queste tecnologie su privacy e libertà di espressione è necessaria per prevenire che gli stati membri si rendano complici di violazioni dei diritti umani in altri Paesi”. – Lucie Krahulcova, EU Policy Associate, Access Now.

Controllo esportazioni: la situazione in UE

Anche l’Unione Europea sta lavorando a una revisione della regolamentazione del controllo sulle esportazioni, con regole più stringenti sugli standard dei diritti umani. Secondo i Principi Guida per le imprese e diritti umani dell’ONU, gli Stati Membri hanno la responsabilità di legiferare affinché le aziende operino rispettando i diritti umani dei cittadini, e di garantire – attraverso leggi, regolamenti e tribunali – che le aziende li rispettino.

L’Italia è consapevole dei suoi obblighi, avendo lodevolmente realizzato il Piano d’azione Nazionale su Impresa e Diritti Umani 2016-2021, lo scorso dicembre 2016. Anche se il Piano non menziona il tema della sorveglianza o l’impatto delle aziende italiane sul diritto alla privacy, si impegna però a “rafforzare, collaborare e sviluppare relazioni industriali tra attori sociali ed iniziative multistakeholder per una migliore attuazione dei diritti umani nella conduzione delle attività economiche, in specifici settori d’impresa e nell’intero processo produttivo”.

Durante la revisione degli obblighi dell’Italia secondo la Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici dello scorso marzo, il Comitato ONU ha espresso le proprie preoccupazioni circa ”le accuse che aziende con sede nello Stato esaminato abbiano fornito strumentazione di sorveglianza online a governi stranieri che hanno commesso gravi violazioni di diritti umani” e raccomandando che le autorità italiane “prendano provvedimenti per garantire che tutte le compagnie nella loro giurisdizione, in particolare quelle produttrici di tecnologia, rispettino gli standard sui diritti umani nelle loro attività all’estero”.

Ci auguriamo che il governo italiano tenga fede all’impegno preso.

 

Per saperne di più: scarica questa guida.