Foto: Wikimedia Commons
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Inizia l’offensiva aerea degli Stati Uniti in Libia. Il governo di unità nazionale guidato da Fayez Serraj ha infatti richiesto l’intervento USA contro la roccaforte dell’Isis a Sirte e l’aviazione militare americana ha effettuato i primi raid su territorio libico già dal 1 agosto.

Nell’operazione potrebbero avere un ruolo chiave gli attacchi con droni in partenza dall’Italia: un supporto logistico su cui gli Stati Uniti contano, e per il quale il governo italiano ha dato, seppur cautamente, la propria disponibilità.
Insomma: mentre si apre un altro capitolo nella storia lunga ormai 15 anni delle “drone wars“, diventa urgente chiedersi quale sarà il ruolo dell’Italia e fare il punto sulla questione dell’uso militare di droni.

L’uso della base di Sigonella

I primi attacchi USA in Libia sono partiti dalle basi militari in Giordania e dalle unità navali americane schierate nel Mediterraneo, ma per il proseguimento delle operazioni (la cui durata non è affatto chiara) saranno necessari ulteriori luoghi di decollo.

A partire proprio da Sigonella, la base militare americana in terra siciliana che dista solo venti minuti di volo da Sirte: un primo fondamentale accordo con il governo italiano per l’utilizzo della stessa come punto di partenza di operazioni “difensive” con i droni contro i terroristi dell’Isis in Libia ed in altre “zone calde” del Nord Africa era stato raggiunto già a febbraio. Adesso tale disponibilità è stata confermata dal ministro degli esteri Gentiloni.

Quando e come inizieranno i raid da Sigonella non è chiaro: la stampa aveva denunciato il decollo dei primi droni USA contro l’Isis dalla base siciliana già durante il primo giorno di operazioni, ma il ministro della difesa Pinotti ha negato questa evenienza in Parlamento – spiegando che il governo italiano è sì pronto a valutare positivamente l’eventuale richiesta dell’utilizzo di basi e spazio aereo per i bombardamenti americani in Libia ma che per il momento le azioni dell’aviazione statunitense non hanno interessato il nostro paese.

Sempre più attacchi coi droni, ma restano gravi i problemi di trasparenza e accountability

A dare inizio agli attacchi coi droni – o forse sarebbe più corretto dire esecuzioni extragiudiziali in territorio straniero? – era stata l’amministrazione Bush, nel 2001, prima in Afghanistan e poi in Yemen. Sotto l’amministrazione Obama, però, il programma è stato notevolmente ampliato ed ha acquisito un respiro globale: Pakistan, Yemen e Somalia oltre ad Afghanistan, Iraq e Siria.

Per quanto concerne i numeri degli attacchi e delle vittime degli stessi, si può però parlare solo di stime, perché sulla questione c’è da sempre una drammatica assenza di trasparenza.
Anche i numeri finalmente forniti di recente dall’amministrazione Obama non risultano particolarmente convincenti: le cifre infatti non rispecchiano quelle pubblicate in precedenza da giornalisti e ONG che da anni monitorano il programma – come il Bureau of Investigative Journalism e l’International Security Program di New America.

I conti non tornano, insomma, soprattutto per quanto concerne i costi umani degli attacchi coi droni – e cioè il numero delle vittime civili.
Tra queste c’è peraltro anche un italiano, l’operatore umanitario Giovanni Lo Porto, per la cui uccisione sono giunte le inedite scuse pubbliche di Obama e un risarcimento per la famiglia. Una morte, la sua, attribuita a “un fallimento dell’intelligence” – il che evidenzia un’altra criticità della materia: la qualità delle informazioni sulla cui base si organizzano gli attacchi coi droni. Stando all’inchiesta dell’Intercept, “Drone Papers“, insuccessi ed errori dovuti a gravi approssimazioni sono molto frequenti: parrebbe capitare davvero molto spesso, insomma, che qualcuno finisca ucciso “per sbaglio”.

L’esportazione delle “drone wars”

I cieli di tutto il mondo si affollano sempre più di droni da guerra.

Se fino a qualche tempo fa gli americani detenevano il monopolio assoluto delle “drone wars”, ad oggi sono almeno sei i paesi che hanno seguito la strategia statunitense e utilizzato droni armati in guerra: Iran, Iraq, Israele, Nigeria, Pakistan e Regno Unito.
Un numero che è peraltro sicuramente destinato ad aumentare in maniera consistente, dato che, secondo una recente ricerca, sono ben 86 gli stati che hanno sviluppato la tecnologia – tra cui una ventina che si è già dotata di droni armati (incluse Italia, Francia e Germania).

Ancora peggio: alla gara all’armamento del futuro partecipano anche i terroristi. L’esportazione della terribile tecnologia potrebbe insomma finire per avere gravi conseguenze.

L’esigenza di una presa di posizione europea (e italiana)

La crescente diffusione dei droni armati ed il ruolo sempre più centrale di questa tecnologia nel conflitto bellico e nella gestione della sicurezza nazionale pone urgenti questioni legali ed etiche.

Per questo motivo – e anche alla luce della possibilità sempre più concreta di un diretto coinvolgimento italiano in operazioni militari eseguite tramite droni – appare sempre più necessario la definizione di una posizione chiara in materia, tanto a livello italiano quanto europeo.
Con l’European Forum on Armed Drones (EFAD) chiediamo quindi ai governi europei, ed all’Italia in primis, di adoperarsi per stabilire politiche rigorose e per garantire trasparenza ed accountability.

 

Foto di copertina: Wikimedia Commons.