Cosa sta succedendo in Francia con lo stato di emergenza

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Amnesty International Francia ha pubblicato il suo rapporto sullo stato di emergenza (dichiarato nel paese all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre 2015) e le sue conseguenze sui diritti dell’uomo.
Lo studio rivela un ovvio peggioramento della situazione dei diritti umani in Francia causata dalle drastiche misure messe in atto – che si possono riassumere in tre cifre.

3210 perquisizioni

Con lo stato di emergenza le perquisizioni non sono più sottoposte all’autorizzazione preliminare di un giudice e il prefetto ha il potere di ordinarle sulla base di motivi molto vaghi. La maggior parte delle perquisizioni sono state giustificate tramite nebulose formule prefabbricate che definiscono (senza effettiva motivazione) un determinato individuo come un pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico.

Ad esempio Ivan, proprietario di un restaurante parigino perquisito, dichiara:

“Quello che mi ha sorpreso di più è il motivo dell’ordine della perquisizione… Ci sarebbero state persone rappresentanti una minaccia pubblica nel mio restaurante. Ma non hanno nemmeno controllato i documenti dei 60 clienti che erano qua.”

400 persone in detenzione domiciliare

Nel contesto dello stato di emergenza, persino le detenzioni domiciliari possono essere ordinate senza l’autorizzazione del giudice.
Da ciò consegue una clamorosa violazione dei diritti civili delle persone coinvolte:

“Ti condannano senza giudicarti, senza darti la possibilità di difenderti” spiega un legale.

Diventa peraltro comune vedere imputazioni gravi presentate senza effettive prove, come sottolineano molti di coloro che sono stati sottoposti a restrizioni della libertà sulla base di tali provvedimenti.

“Dicono che ho commesso un crimine. Se lo pensano, perché non investigano contro di me? Perché non sono sottoposto a un’inchiesta?” – Laurent, soggetto a una detenzione domiciliare.

Le autorità fanno affidamento sulle cosiddette “note bianche”, documenti molto generali e poco specifici che elencano le persone conosciute – ma senza precisare la nature dei loro legami e le circostanzi degli loro incontri. Basta quindi che una persona sospetta di radicalizzazione sia cliente dello stesso caffè di un’altra affinché questo secondo individuo possa essere sospettato e persino sottoposto a detenzione domiciliare.

12 luoghi di culto chiusi

Lo stato di emergenza concede alle autorità francese anche il potere di chiudere i luoghi di riunione e di sciogliere definitivamente associazioni sulla base dell’unica giustificazione (non motivata) di violazione dell’ordine pubblico. È quello che è avvenuto ad esempio a Lagny-sur-Marne, una città della periferia parigina dove la moschea locale è stata perquisita e poi chiusa sulla base di un provvedimento di questo tipo:

“Se hanno sospetti presso una o due persone perché non le individuano? Perché se la prendono con un’intera comunità? Ci sono circa 350 musulmani a Lagny che non hanno più la moschea per fare la preghiera” dichiara il Presidente della moschea locale

L’appello di Amnesty International Francia

Queste tre cifre diventano ancora più preoccupanti quando si consideri che, nonostante l’impressionante numero di provvedimenti restrittivi delle libertà individuali, solo una persona è stata messa formalmente in stato d’accusa per terrorismo.
Peraltro le persone sottoposte a tutte queste misure hanno delle possibilità di ricorso molo scarne: la maggior parte dei loro ricorsi presso i tribunali amministrativi e il Consiglio di Stato non hanno successo. Perciò Amnesty Francia conclude con un appello, chiedendo che le perquisizioni e le detenzioni domiciliari siano appropriatamente motivate e usate solo nel quadro della prevenzione del terrorismo, tramite una applicazione proporzionata e non discriminatoria.

(a cura di Pauline Couble)