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Strasburgo. La Corte europea dei diritti umani respinge la richiesta del governo Renzi di composizione amichevole nel caso dei due detenuti torturati nel carcere di Asti. E decide di andare a giudizio. Il processo, che non è possibile in Italia per mancanza del reato nel codice, si svolgerà in sede europea. Ne scrive Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e CILD, in un editoriale per il Manifesto di oggi.

La Corte europea dei diritti umani ha respinto la richiesta del Governo Renzi di composizione amichevole nel caso dei due detenuti torturati nel carcere di Asti, decidendo di andare a giudizio e valutare nel merito la questione.

È una decisione importante che mette l’Italia davanti alle sue responsabilità, le stesse alle quali il nostro Paese fu inchiodato dopo la condanna per le torture alla scuola Diaz durante il G8 di Genova. Il 7 aprile 2015 la Corte di Strasburgo ci condannò sia per gli episodi di quella notte di «macelleria messicana», sia perché l’Italia non aveva una legge che punisse la tortura. L’assenza della legge è infatti un’autostrada verso l’impunità.

Nel novembre del 2015 il Governo italiano ha proposto un risarcimento pari a 45mila euro per ciascuno dei due detenuti torturati ad Asti senza però prendere alcun impegno per risolvere la questione dell’assenza del crimine nel nostro ordinamento giuridico. Una monetizzazione della sofferenza inflitta senza l’assunzione di impegni politici.

Il caso di Asti ebbe inizio nel 2004 quando i due detenuti vennero denudati, condotti in celle di isolamento prive di vetri nonostante il freddo intenso, senza materassi, lenzuola, coperte, lavandino, sedie, sgabello. Gli venne razionato il cibo, impedito di dormire, furono insultati e sottoposti nei giorni successivi a percosse quotidiane anche per più volte al giorno con calci, pugni, schiaffi in tutto il corpo e giungendo, nel caso di uno dei due, a schiacciargli la testa con i piedi.

La vicenda giudiziaria ebbe inizio a seguito di due intercettazioni nel febbraio del 2005 nei confronti di alcuni operatori di polizia penitenziaria sottoposti a indagine per altri fatti, ma solo sei anni dopo si arrivò al rinvio a giudizio degli indagati. Antigone in quel processo si costituì parte civile.

Il 30 gennaio 2012 si arrivò alla sentenza di primo grado e la Corte di cassazione chiuse processualmente il caso il 27 luglio dello stesso anno. Per nessuno dei quattro a giudizio si ebbe una condanna in quanto, non esistendo il reato di tortura, si procedette per reati di più lieve entità oramai prescritti o improcedibili. Il giudice nella sentenza scrisse che i fatti erano qualificabili come tortura ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite, ma che non potevano essere perseguiti come tali poiché in Italia non esisteva una legge che riconoscesse quel reato.

Così Antigone, con l’avvocato Simona Filippi, difensore civico dell’Associazione, ha collaborato a predisporre il ricorso alla Corte europea dei diritti umani insieme ad Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. Nello scorso mese di novembre come detto la Corte lo dichiarò ammissibile. Il governo ha però proposto il patteggiamento senza nulla dire a proposito del reato che non c’è.

La Corte ha dunque rifiutato ieri questa transazione. Ed è proprio su questa lacuna che ora il Governo dovrà obbligatoriamente intervenire. La discussione parlamentare langue. Senza un’iniezione dall’esterno anche questa legislatura passerà senza che nulla accada.

Dopo la condanna per le torture alla Diaz, il Presidente del Consiglio Renzi con un tweet scrisse che la risposta di chi governa un Paese sarebbe stata quella di approvare il reato. Quel tweet non ha prodotto riflessi sulle Camere. Anzi, il Senato è stato prima capace di peggiorare significativamente il testo approvato alla Camera e poi di metterlo in naftalina.

Sono trascorsi quasi trent’anni anni dalla ratifica della Convenzione Onu contro la tortura. Nel frattempo abbiamo accumulato figuracce compresa quella di non potere estradare torturatori con la residenza in Italia verso Paesi dove sarebbero stati giudicati. Per questo, assieme agli oltre 54 mila firmatari della nostra petizione, chiediamo al Governo che una legge conforme al testo Onu sia approvata subito.

Le Nazioni Unite hanno di recente elaborato le Nuove regole penitenziarie chiamate «Mandela Rules» nel nome del grande statista sudafricano. Nelle Regole Onu compare per ben otto volte la parola tortura. Nel nostro codice penale invece neanche una.