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In Russia arriva l’ennesima restrizione imposta alla società civile.

Il presidente Vladimir Putin il 23 maggio, ha promulgato una legge che permette alle autorità di vietare la presenza sul territorio nazionale di quelle ONG straniere considerate “non gradite” dallo Stato. Sono previsti fino a sei anni di carcere per i dipendenti delle Ong ritenuti colpevoli di lavorare per agenti stranieri.

Il testo prevede che “l’attività di un’organizzazione non governativa straniera o internazionale che rappresenti una minaccia per l’ordine costituzionale della Federazione russa, per la sua capacità di difesa o per la sicurezza del governo, possa essere riconosciuta come indesiderata“.

In che modo una Ong possa minacciare la sicurezza di un regime costituzionale è indefinito, così come non è affatto chiaro quali siano le condizioni che determinano la criminalizzazione di chiunque collabori con queste Ong. “Il disegno di legge non specifica cosa il ‘coinvolgimento’ potrebbe includere”, sostiene Tanya Lokshina, direttore del programma di Human Rights Watch in Russia, e aggiunge – “Anche mediante la pubblicazione on-line delle dichiarazioni, dei rapporti, o di altri materiali di una “sgradita”, o la partecipazione ad eventi o anche la comunicazione con il personale di tale organizzazione potrebbe essere motivo di accusa”. Insomma nessuno è più al sicuro, sembrerebbe che il governo russo voglia isolare gli attivisti dai loro partner internazionali.

 

La formulazione di questo disegno di legge ha causato numerose critiche, perché lascia ampi spazi di interpretazione politica.

Le organizzazioni in difesa dei diritti dell’uomo e della libertà di espressione hanno condannato con forza questa legge, definita da Amnesty International “l’ultimo capitolo nella repressione senza precedenti contro le Ong”.

Anche il dipartimento di stato degli Stati Uniti ha dichiarato la sua “preoccupazione” per l’approvazione della norma, aggiungendo che “questo nuovo potere limiterà ulteriormente il lavoro della società civile in Russia”.

Un portavoce del servizio Affari esteri dell’UE ha infine dichiarato che la nuova norma è “un passo preoccupante in una serie di restrizioni imposte alla società civile, all’indipendenza dei media e all’opposizione politica, che limiterà la libertà di parola e dei mezzi d’informazione, oltre al pluralismo delle opinioni”.