Gli USA aboliscono la net neutrality: servizi veloci solo per chi paga

Protesta #StopTheFCC (Fonte: Flickr/Team Internet)
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Neutralità della rete: eliminarla può cambiare radicalmente l’accesso alle informazioni online. Un recente provvedimento americano potrebbe essere la base per un “internet a due velocità” che avrebbe conseguenze per gli utenti di tutto il mondo.

 

Il 14 dicembre 2017 la Federal Communications Commission, autorità indipendente statunitense che controlla le trasmissioni di radio e televisione, le telecomunicazioni interstatali e quelle internazionali che provengono e sono destinate agli USA, ha approvato il Restoring Internet Freedom Order.

Il provvedimento sostituisce la regolamentazione sulla net neutrality introdotta dal Presidente Obama nel 2015 (Open Internet Order). Con l’insediamento di Donald Trump – nei primi mesi del 2017 – a capo della FCC è arrivato Ajit Pai, ex avvocato di Verizon, contrario sin dall’inizio al voto favorevole di due anni prima. Come altri, Pai sostiene che i consumatori possano beneficiare maggiormente dei servizi disponibili sul mercato di internet se questo risulta meno regolamentato –  l’Open Internet Order però era stato realizzato proprio sulla base dei problemi riscontrati dai consumatori.

Cosa succede se sono operate restrizioni? Da parte di chi?

Il termine neutralità della rete è stato coniato dall’avvocato Tim Wu nel 2003. Secondo Wu, la neutralità della rete è definita come un insieme di reti di informazioni pubbliche che è stata progettata in modo neutrale – e dunque aspira a trattare i contenuti, i siti e le piattaforme allo stesso modo.
Quello che pensiamo nel momento in cui ci colleghiamo ad internet è di poter accedere alla incredibile quantità di informazioni online in modo equo: se ricerchiamo un servizio con la parola streaming, Google ci suggerirà delle grandi compagnie così come piccoli siti o realtà più sconosciute. Questo ragionamento sta alla base della network neutrality.

Il punto centrale della questione è definito dagli ISPs, ovvero gli Internet Service Providers. Questi sono fornitori internazionali di servizi internet e formano la spina dorsale di una rete molto veloce, alla quale sono poi connessi gli utenti. AT&T, Comcast, BT, Verizon e altri (come Telecom Italia e Vodafone), sono coloro ai quali ci connettiamo tutti i giorni per visualizzare la nostra pagina Facebook, scaricare contenuti oppure consultare la posta elettronica.

Immaginiamo una strada: le macchine provengono da Google, Facebook, Amazon, compagnie enormi, e da compagnie più piccole e meno importanti sul mercato e si indirizzano verso il consumatore, che ne ha richiesto i contenuti. Se vige la net neutrality, nessuna macchina può “sorpassare”, essere più veloce e dunque avere maggiore attenzione da parte dell’utente. D’ora in poi, invece, dovremo pensare al servizio fornito dagli ISPs come un’autostrada a più corsie, dove chi paga una quota maggiore al fornitore potrà viaggiare nella corsia di sorpasso, a discapito di quanti non pagheranno.

Sembra chiaro chi si potrà permettere di raggiungere più utenti.

Quali risvolti per gli utenti?

Se nella vita di tutti i giorni può essere snervante non poter sorpassare un automobilista particolarmente lento, bastano pochi esempi per comprendere quanto la mancanza di net neutrality possa influire nell’accesso alle informazioni di moltissime persone nel mondo (noi inclusi!).

Il primo si ritrova nella lentezza di alcuni servizi che useremmo abitualmente: i provider avranno il potere di rallentare il flusso di questo traffico a favore di altri servizi erogati da compagnie in possesso di maggiori capitali. Ajit Pai, presidente della FCC, ha spiegato come non ci siano sicurezze che questo effettivamente possa accadere. In realtà, già nel 2014, Netflix è giunto ad un accordo proprio con Comcast, uno dei fornitori di rete: il gigantesco servizio di televisione e film in streaming ha deciso di pagare il più grande fornitore di servizi via cavo a banda larga degli Stati Uniti per garantire agli utenti dotati di questo provider un accesso più rapido e più affidabile.

Purtroppo, come afferma Wu, se questo sarà il futuro, per i consumatori potrebbero sorgere ulteriori problemi: i prezzi finali saranno molto probabilmente maggiorati, non solo poiché, ad esempio, Netflix ha pagato più soldi di altre compagnie per essere “scelto” dagli utenti, ma anche per il semplice fatto che i provider possono aumentare il prezzo dei contenuti a loro piacimento, adottando magari tariffe maggiorate per determinati momenti della giornata (peak time, l’ora di punta). Per quegli utenti che non si potessero permettere di pagare un abbonamento più alto alla piattaforma Netflix saranno “riservati” contenuti di minore qualità sia in termini visivi che di originalità. Meno competizione significa inoltre meno interesse nell’aumentare la qualità dei contenuti offerti agli utenti, dotandoli di scarsa scelta. Insomma, il servizio di cui godiamo oggi potrebbe diventare un ricordo se non saremo disposti a pagare parecchio di più.

La risposta degli attivisti americani

La preoccupazione della società civile americana si focalizza sull’impatto nei confronti degli utenti. Molti provider hanno cominciato ad acquisire o creare servizi di streaming e questo può inevitabilmente creare un rapporto di disparità nel mercato: perché Comcast non dovrebbe direttamente censurare Netflix e fornire ai suoi utenti il proprio servizio di streaming?

Già nel 2015 la società civile americana cominciò a richiedere alla FCC di adottare una regolamentazione in merito alla neutralità della rete. Ora, due anni più tardi, la maggioranza Repubblicana ha ignorato questa voce. L’8 dicembre 2017 migliaia di persone hanno protestato in più di 700 città americane contro l’abolizione della net neutrality incoraggiati dall’organizzazione no profit Fight for the Future.

Nonostante la FCC abbia votato a favore della fine della neutralità, l’organizzazione ha deciso di utilizzare i social media come strumento di protesta. La campagna “Break the Internet” , che usa gli hashtag #StopTheFCC e #savenetneutrality, coinvolge gli utenti per richiamare l’attenzione del Congresso, che ha il potere di rivedere le decisioni della FCC entro 60 giorni dalla data del provvedimento.

Protesta #StopTheFCC a Boston
La protesta #StopTheFCC a Boston (Fonte: Flickr/Team Internet)

I numeri forniti dalla campagna di Fight for the Future sono incredibili: 14.505.452 le email inviate al congresso da luglio 2017, 819.622 le firme alla petizione.

Migliaia di utenti e compagnie si sono opposte fermamente a questa internet a due velocità, fra le quali Netflix, Twitter, Vimeo, Reddit, Mozilla, EFF, ACLU, AdBlock. Anche Electronic Frontier Foundation (EFF) si è posta a difesa della neutralità della rete cercando di informare gli utenti e offrendo continua copertura sullo scenario futuro.

Non potendo il Congresso agire sulla revoca del provvedimento prima di alcune settimane (necessarie alla pubblicazione del nuovo provvedimento sul Federal Register), EFF richiede ai cittadini il monitoraggio dei politici che si espongono a favore della revoca. Inoltre, gruppi di interesse, avvocati e membri del Congresso che si oppongono al provvedimento saranno impegnati in tribunale, dove ascolteranno le motivazioni della FCC. Sono già emersi inoltre casi di regolamentazione dei provider in alcuni stati americani (California, Washington) che potrebbero essere un primo indizio di quanto la neutralità della rete possa diventare un principio comunque definito a livello statale, creando numerose criticità.

L’importanza della neutralità della Rete

L’accesso alle informazioni e dunque alla conoscenza è un tema che interessa tutti, poiché tutti siamo utenti online. Sul mercato esistono numerosi servizi e prodotti creati dai fornitori: una volta rilasciati possono essere modificati da noi utenti allo scopo di renderli maggiormente affini ai nostri bisogni. Accedere alle informazioni significa migliorare e innovare il mercato.

Alcuni provider hanno invece insistito sull’abolizione della neutralità poiché maggiori guadagni possono servire al miglioramento delle infrastrutture, in modo tale che anche utenti di aree rurali possano avere accesso ai contenuti veicolati sul web. Il fatto è che rinnovare le infrastrutture non è compito dei provider proprio come non è compito di una casa automobilistica rinnovare le strade.

Soprattutto, non sarà così facile per un utente, qualora non si trovasse d’accordo con le scelte del proprio provider, cambiarlo: purtroppo in alcune aree non vi è la possibilità di avere a disposizione tutti i fornitori di servizi internet esistenti, proprio come non è realistico pensare che in ogni parte d’Italia possano avere campo tutte le società di telecomunicazioni esistenti. Di fatto si pongono gli utenti davanti alla possibilità non troppo remota di un monopolio.

Una delle modalità più utili per attenuare la perdita di accesso alla rete neutrale è quello di spingere per avere politiche locali che, di stato in stato, offrano agli utenti fornitori alternativi, che aderiscano ai principi di neutralità. EFF sta collaborando in questo senso con attivisti di tutto il paese per sviluppare un’infrastruttura neutrale.

 

In Italia, CILD rimane in attesa delle prossime decisioni del Congresso. Intanto, attraverso l’Open Observatory of Network Interference (OONI), possiamo anche noi intercettare eventuali censure, forme di sorveglianza e manipolazioni del proprio traffico internet. E ve ne parleremo molto presto.