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Sono aperte le candidature per il Premio CILD 2017. Proponi la persona, l’organizzazione o il progetto che – secondo te – si è maggiormente distinto nel corso di quest’anno nella difesa e l’affermazione dei diritti umani e delle libertà civili attraverso il form dedicato.

 

Durante l’edizione 2016 tra i premiati c’era anche Eghosa Odigie cui la giuria aveva riconosciuto il premio Giovane Attivista. Eghosa è un giovane omosessuale di origine nigeriana.

In Nigeria l’omosessualità, oltre ad essere oggetto di una profonda riprovazione sociale, è duramente perseguita penalmente. Ciononostante Eghosa si è impegnato attivamente per la difesa dei diritti LGBTI nel suo paese, fino a quando non è stato costretto ad abbandonarlo. Oggi Eghosa vive in Italia e continua con il suo attivismo, con il supporto di Arcigay Vercelli: con passione e lavoro instancabili ha cercato altri ragazzi che come lui erano fuggiti dalla Nigeria e da altri paesi dell’Africa, fino a formare un nutrito gruppo denominato “AfricArcigay”.

Il premio è stata l’occasione anche per conoscere questo gruppo che, insieme a noi durante il Milano Pride 2017, ha sfilato con lo striscione rainbow “Welcome Refugees”. In vista della terza edizione del Premio CILD torniamo da loro per farci raccontare cosa è accaduto in questo anno e quali sono i progetti per il futuro.

Cos’è successo in quest’anno?

Il gruppo AfricArcigay, che un anno fa contava già di una dozzina di elementi, ad oggi ne conta più del doppio. Si sono avvicinati alla nostro progetto una nuova trentina di richiedenti asilo africani, anche provenienti da zone al di fuori del nostro territorio di competenza. Di questi almeno venticinque, di cui buona parte già in possesso di permesso di soggiorno regolare, continuano a militare per la nostra Associazione.

Abbiamo ideato un protocollo di formazione per il personale e gli ospiti dei Centri di Accoglienza, in particolare in seguito a diversi confronti su come poter aiutare gli ospiti omosessuali residenti nelle strutture di accoglienza e su come diffondere le informazioni in merito alla gestione del percorso di richiesta d’asilo relativo ai soggetti LGBT*.

Ciò che ci ha portato a sviluppare questo progetto è la considerazione che per una persona di cultura e tradizioni africane essere omosessuale possa essere considerato un vero e proprio abominio, in molti casi motivo di carcerazione o addirittura di condanna a morte nelle società di provenienza (da qui il conseguente terrore di fare coming out) e che, a quanto sappiamo, nessuna Cooperativa o soggetto titolare della gestione dei Centri di accoglienza della zona, a quanto ci risulta, formi il proprio personale in modo da saper gestire simili specifiche situazioni di disagio. In più ci ha spinto l’esperienza diretta di un nostro militante, vessato da un operatore in seguito al suo coming out. Un fatto che ci ha dato la prova tangibile dei danni che può provocare del personale non formato in materia di tutela dei diritti delle persone LGBT richiedenti asilo, danni procurati nei confronti, lo ricordiamo, di soggetti già moralmente vulnerabili e psicologicamente, socialmente ed economicamente fragili. Infine, il fatto che per le persone LGBT di origine africana appare più semplice un confronto con altri e altre che condividano le stesse culture e tradizioni di provenienza per capire che nel nostro Paese possono finalmente arrivare a manifestare pienamente la loro condizione avendo diritto a una piena tutela giuridica in merito,

Queste considerazioni ci hanno motivati e motivate a intervenire in tutto il territorio di nostra competenza (ed oltre, qualora fosse possible) e anche convinti e convinte della necessità di attivarci in modo sistematico e organizzato in particolare nella provincia di Vercelli. Con l’aiuto dei militanti della nostra associazione è perciò nostra intenzione svolgere un’azione formativa e informativa anche nei confronti degli operatori e richiedenti asilo dei Centri di accoglienza, azione che è già stata svolta in tre strutture in provincia di Alessandria, Novara e Torino.

Una équipe composta da volontari Arcigay Rainbow ed AfricArcigay si occupa:
– della parte formativa nei confronti degli operatori, per sensibilizzarli contro la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere nei soggetti migranti e non;
– di far conoscere ai e alle richiedenti asilo la normativa nazionale in materia di diritti egualitari e di dare il necessario supporto morale a chi di loro lo richiedesse.

Le due parti formative sono distinte, della durata di un’ora e mezza ciascuna.

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Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Vorremmo grazie a questo progetto di formazione (di cui ci auspichiamo la diffusione a livello nazionale), nella maniera più seria possible, scongiurare tentativi di suicidio e similari da parte di richiedenti asilo LGBT* e soprattutto vorremmo così avere l’opportunità di far capire agli stessi che in Italia hanno finalmente il diritto di essere sé stessi e di amare senza più temere per la propria incolumità.

Il nostro compito sarà però anche quello di presentare un’impostazione culturale che prevenga il verificarsi di atti di discriminazione su base omo\bi\transfobica spiegando a chi arriva nel nostro Paese qual è l’atteggiamento delle società occidentali nei confronti delle persone LGBT*; in particolare sarà nostra cura spiegare che gli atti discriminatori verso persone LGBT* verranno qui sanzionati secondo i rigori della legge in quanto una persona LGBT* ha la stessa dignità sociale e tutela giuridica degli altri cittadini e cittadine.
Vorremmo così contribuire a evitare che l’omo\bi\transfobia presente in troppe società africane tradizionali si aggiunga alla già insostenibile omo\bi\transfobia presente ancora in troppe parti della società italiana, omo\bi\transfobia che quotidianamente ci troviamo purtroppo a dover affrontare!

Il nostro compito insomma sarà di collaborare a far sì che l’ondata migratoria non provochi un inasprirsi delle tensioni sociali nemmeno nei confronti dei soggetti LGBT*, italiani o migranti che siano.

Quali sono le sfide del settore?

Le sfide del settore dal nostro punto di vista sono due: la perenne percezione da parte di chi riveste ruoli istituzionali di questo aspetto come un “problema secondario” rispetto all’accoglienza in generale, come se i richiedenti asilo omosessuali fossero invisibili, così come sono stati invisibili gli omosessuali italiani fino a qualche anno fa. Il nostro progetto, depositato alla Prefettura di Vercelli da agosto 2016 è stato inoltrato al Ministero ad agosto 2017. Siamo in trepidante attesa di approvazione per poter estendere la formazione a tutte le strutture di accoglienza presenti sul nostro territorio.

La seconda sfida riguarda l’omosessualità femminile: una sola donna si è avvicinata ad “AfricArcigay” e non è più venuta ai nostri incontri, forse perché spaventata da tutti gli altri uomini. Speriamo di trovare un modo per coinvolgere anche le richiedenti asilo donne ma se il nostro progetto fosse esteso, appunto, a tutte le strutture di accoglienza, anche quelle femminili, sarebbe più facile anche noi coinvolgere e raggiungere anche un’utenza di genere femminile.