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L’America ha un annoso problema di responsabilità e trasparenza con l’uso dei droni in guerra. Specialmente durante la presidenza Obama, intervallo di tempo nel quale è aumentato sempre più l’uso dei droni in paesi dove mai è stata dichiarata guerra, il pubblico ha avuto pochissime opportunità di avere accesso ai dati e alle informazioni circa la portata e gli effetti del fenomeno. I dati ufficiali sugli attacchi con i droni recentemente pubblicati dalla Casa Bianca sono in contrasto con le cifre raccolte e pubblicate da alcune ONG negli ultimi anni. Soprattutto rispetto al numero dei civili rimasti vittima degli attacchi, i conti non tornano.

Agli inizi di agosto la American Civil Liberties Union ha vinto l’azione legale che aveva intentato all’amministrazione Obama appellandosi al Freedom of Information Act, e che ha portato alla pubblicazione di «una versione parzialmente censurata del documento della Casa Bianca che stabilisce il quadro normativo sugli attacchi con i droni», nota col nome ufficiale di Presidential Policy Guidance. La diffusione del documento ha fatto emergere ulteriori dettagli sul modo in cui sono condotte e gestite le operazioni con i droni, ma è anche indicativa di un puzzle al quale mancano ancora parecchie tessere.

In questo contesto di mancata trasparenza, in cui le informazioni sulle operazioni con i droni sono riservate e tenute al riparo da indagini pubbliche, i cittadini e i giornalisti che vogliono far luce sugli attacchi con i droni hanno a disposizione un’altra risorsa: i whistleblower. Negli ultimi anni alcuni individui già coinvolti nelle operazioni con i droni sono diventati informatori e hanno rivelato dettagli importanti sul modo in cui sono condotti gli attacchi. «I whistleblower forniscono un contributo unico e inestimabile al dibattito globale sul programma americano di utilizzo dei droni», ha dichiarato Jesselyn Radack, direttrice della sicurezza nazionale e dei diritti umani di WHISPeR (Whistleblower & Source Protection Program).

«Il governo degli Stati Uniti pubblica regolarmente informazioni segrete sul programma, dipingendolo come efficace e innocuo. I whistleblower possono dire all’opinione pubblica, per esperienza diretta, che il programma di utilizzo dei droni non è innocuo né efficace nel contrastare il terrorismo.»

I Drone Papers

Finora, la più imponente mole di dati provenienti dall’esercito americano è quella pubblicata alla fine del 2015 da The Intercept con il nome di “Drone Papers”. L’informatore, che il sito rivela appartenere ai servizi di intelligence statunitensi, ha divulgato una grossa quantità di importanti documenti sul programma americano di eliminazione tramite droni in Afghanistan, Yemen e Somalia, compresi i particolari della catena di comando.

Fra le altre cose, i “Drone Papers” hanno prodotto informazioni sul coinvolgimento negli attacchi della National Security Agency (NSA) e delle sue operazioni di Signals Intelligence (SIGINT). Nello specifico, secondo le informazioni pubblicate, SIGINT viene usato per «identificare e trovare nuovi obiettivi, i documenti spiegano in maniera dettagliata come gli analisti militari si siano affidati a questa intelligence per essere sicuri di avere nel mirino le persone giuste e per valutare eventuali danni ai civili prima di un attacco», scrivono Cora Currier e Peter Maass su The Intercept.

Del coinvolgimento della NSA nel programma di eliminazione mirata parlavano anche i documenti divulgati da Edward Snowden nel 2013. Alcuni di questi, pubblicati dal Washington Post nel 2013, hanno svelato che la NSA collaborava al programma. L’anno seguente, in una soffiata a The Intercept, un anonimo operatore di droni ha confermato che «anziché stabilire l’identità di un obiettivo tramite agenti o informatori sul campo, la CIA e le forze armate americane ordinano un attacco basandosi sull’attività e la posizione del telefono cellulare che si ritiene usato dall’obiettivo».

Secondo Jesselyn Radack, guardando al quadro complessivo, «i whistleblower hanno rivelato che, contrariamente alle dichiarazioni dei funzionari della sicurezza nazionale americana, non sempre gli attacchi dei droni sono precisi, che creano più terroristi di quanti ne uccidano, e che i membri dell’esercito impegnati nel programma dei droni ne escono tutt’altro che indenni: il risultato è una cultura distruttiva fatta di abusi di alcool e droga, alti tassi di suicidio e di abbandono della professione». L’elenco dei whistleblower sui droni diventa sempre più lungo.

I whistleblower dei droni: ecco chi sono

Brandon Bryant, Michael Haas, Stephen Lewis e Cian Westmoreland sono quattro ex tecnici e operatori di droni dell’aeronautica americana che nel 2015 hanno deciso di farsi avanti rilasciando un’intervista al Guardian sui particolari del loro coinvolgimento negli attacchi con i droni in Afghanistan e altre zone di conflitto. I quattro sono anche autori di una lettera aperta indirizzata al presidente Obama, al segretario della difesa Ashton B. Carter e al direttore della CIA John O. Brennan, in cui definiscono i programmi americani di utilizzo dei droni «uno dei motori di terrorismo e destabilizzazione più devastanti al mondo». Parlando con il Guardian, Bryant si è detto consapevole di aver partecipato all’uccisione di 1626 persone, una cifra inclusa nella scheda consegnatagli al momento del suo congedo con onore nel 2011. Haas, a quanto scrive il Guardian, non ha mai voluto guardare la propria scheda.

Anche Cian Westmoreland, già tecnico delle comunicazioni in Afghanistan, ha raccontato le conseguenze psicologiche del pilotaggio a distanza dei droni e dei turni massacranti che duravano fino a dodici ore. Già nel 2013 uno studio effettuato dal Dipartimento della Difesa aveva concluso che gli operatori di droni che sparano a distanza soffrono delle stesse forme di stress e disturbo post-traumatico dei soldati sul campo di battaglia.

«I whistleblower sono il sintomo di un sistema guasto», afferma Jessica Dorsey, responsabile del programma Pax for Peace e coordinatrice del Forum Europeo sui Droni Armati, «perché dato che i governi non sono trasparenti nella gestione delle informazioni sull’utilizzo dei droni, il pubblico e gli informatori si sono fatti avanti per colmare le lacune. Sono persone che corrono gravi rischi per divulgare al pubblico certe informazioni.» Bryant e Haas sono fra coloro che parlano degli attacchi in Drone, il documentario del 2014 di Tonje Hesson Schei, che ha fornito altri particolari sul programma dei droni americano e i suoi effetti sulla popolazione al suolo, specialmente in Pakistan. Nell’insieme, la quantità di informazioni disponibili è ancora limitata e insufficiente a fornire un quadro completo dell’impatto degli attacchi con i droni.

«È certamente vero che, in molti casi, sono emersi vari documenti in cui erano coinvolti dei whistleblower, senza i quali non avremmo avuto a disposizione dati su certi sistemi», spiega Jessica Dorsey. «Non dovrebbero però essere l’unica realtà su cui la società civile fa affidamento. Gli stati hanno il dovere di rendere pubbliche certe informazioni quali cifre, prassi, indagini sul numero delle vittime, nomi delle vittime e siti degli attacchi sui cui si è indagato.»

Anche Lisa Ling è un ex sergente tecnico addetto ai sistemi di droni, oggi whistleblower. La sua storia, insieme a quella di altri due informatori, è narrata in un altro documentario presentato quest’anno, National Bird di Sonia Kennenbeck. A luglio Ling e Westmoreland hanno rilasciato dichiarazioni anche al Parlamento Europeo a Bruxelles, nell’ambito di un’udienza sui droni armati a cui hanno contribuito con le loro conoscenze e opinioni sul tema. Gli attacchi con i droni riguardano anche i paesi europei, anche se la Gran Bretagna è l’unico a utilizzare veicoli non pilotati, scrive il Guardian. Ciononostante, le basi americane in Europa hanno un ruolo nella conduzione dei programmi di droni. Si sa che la più importante è quella di Ramstein in Germania, mentre ancora non è ben chiaro il ruolo di Sigonella, in Italia.

«Proprio come gli Stati Uniti con il loro programma, anche questi paesi stanno ammantando di segretezza la loro collaborazione», dichiara Jessica Dorsey. «Parecchi whistleblower che collaborano con i giornalisti investigativi hanno scoperto alcuni dettagli incompleti sul coinvolgimento della Germania e dell’Italia, per esempio, ma anche in questo caso le informazioni raccolte non dipingono un quadro esauriente su chi sta portando avanti gli attacchi, con quale autorità legale, contro chi e dove. Questa segretezza rende difficile assegnare delle responsabilità, cosa che priva le vittime dei droni del loro diritto a un rimedio efficace.» Parlando a The Nation per un ampio reportage su Ramstein, Lisa Ling ha detto la sua sul perché gli attacchi con i droni sono considerati – a torto – efficaci:

«Siamo negli Stati Uniti d’America e prendiamo parte a una guerra combattuta oltre oceano, con la quale non abbiamo alcun collegamento che non sia quello di cavi e tastiere. Se questo non vi spaventa a morte, be’, a me sì. Perché, se è questo l’unico collegamento, perché mai fermarsi?»

Christopher Aaron è invece un ex dipendente della CIA che ha lavorato al programma di utilizzo dei droni in Afghanistan e in Iraq. Partecipando a un evento organizzato a marzo dalla facoltà di legge William S. Boyd, Aaron ha reso omaggio ai colleghi che lo hanno ispirato a farsi avanti, e ha aggiunto: «Ho iniziato a vedere con i miei occhi che quanto mi veniva detto era molto lontano da quel che stavo vivendo», e a proposito della missione del whistleblower: «abbiamo l’opportunità di smascherare questa politica di guerra perpetua manifestando la nostra compassione per le vittime, magari anche con spirito di perdono. Abbiamo l’opportunità di fare un po’ di luce in questa tenebra».

I whistleblower hanno così l’opportunità di far emergere informazioni che altrimenti non sarebbero disponibili al pubblico. Il punto cruciale, quindi, è quanto sono liberi e protetti nel parlare pubblicamente senza correre il rischio di ritorsioni. Negli Stati Uniti la situazione è allarmante: «quasi tutti i whistleblower della sicurezza nazionale sono esclusi dalla protezione accordata ai dipendenti federali. Gli informatori militari godono di certe protezioni, che però non valgono come difesa dall’Espionage Act, in nome del quale l’amministrazione Obama ha perseguito più whistleblower di tutti gli altri presidenti americani messi insieme», spiega Jesselyn Radack, che ha difeso in tribunale molti informatori. «Inoltre, i miei clienti che hanno svelato i misfatti nel programma di utilizzo dei droni hanno subito ritorsioni; per esempio, il governo ha dichiarato ai loro genitori che i miei clienti erano nel mirino dell’ISIS, e che l’unico modo per mantenersi al sicuro era smettere di parlare del programma.»

Jesselyn Radack launched the Whistleblower and Source Protection Program (WHISPeR) (Photo: Frederic Jacobs)
Jesselyn Radack launched the Whistleblower and Source Protection Program (WHISPeR) (Photo: Frederic Jacobs)

Innanzitutto, parlando di tessere ancora mancanti, al pubblico servono «un’operazione di piena trasparenza e un’analisi legale esauriente… [e] una definizione chiara dei termini usati sarebbero un buon punto di partenza per aiutare la società civile e altre organizzazioni ed enti a stabilire se le azioni del governo sono legali o meno», afferma Dorsey. E se un’operazione di piena trasparenza sulla guerra con i droni è ancora di là da venire, il servizio reso dal coraggio dei whistleblower appare sempre più necessario. Per spingere nella direzione di un cambiamento positivo, i whistleblower Brandon Bryant e Cian Westmoreland hanno unito le forze a quelle di altri attivisti ed ex militari professionisti. La loro nuova associazione si chiama Project Red Hand.

 

(Traduzione dall’inglese di Francesco Graziosi)