Chi decide cosa è vero? Dalla post-verità agli newsfluencer
Per molto tempo l’informazione è stata una filiera abbastanza chiara. Succede qualcosa, un giornalista lo viene a sapere, approfondisce e verifica la notizia, si decide se sia notiziabile o meno, viene pubblicata e il pubblico la conosce. Un sistema certo tutt’altro che perfetto, spesso fortemente centralizzato, ma nel quale esistevano soggetti riconoscibili, responsabilità definite e regole professionali.
Quel modello oggi non esiste più. O meglio, esiste, ma deve fare i conti con la piattaformizzazione, che ha cambiato radicalmente il modo in cui ci informiamo.
Il nuovo rapporto del Consiglio d’Europa Shifting News Authorities and Democratic Resilience parte proprio da questa trasformazione, ponendo al centro gli “newsfluencer”: creator, influencer e personalità digitali che producono, commentano e rilanciano notizie, raggiungendo spesso pubblici molto più ampi di quelli dei media tradizionali.
Un cambiamento importante che ne nasconde uno ancora più profondo, cioè l’origine dell’autorità.
La credibilità del giornalista deriva da competenza, costruite in anni di studio e attività professionale, verifica accurata delle fonti, responsabilità editoriale e norme deontologiche a cui deve rispondere. Quella dello newsfluencer nasce invece soprattutto dalla relazione con il proprio pubblico, ed è fatta di autenticità percepita, familiarità, linguaggio diretto, identificazione. Possiamo fidarci delle notizie che diffonde perché ci fidiamo di lui o di lei. Ma non sappiamo se in effetti quelle notizie siano vere, se siano presentate in modo oggettivo, se siano state verificate in tutti i loro aspetti.
Si tratta di una svolta epocale, in cui si passa dall’autorità dell’istituzione all’autorità della persona.
Si tratta al contempo di un passaggio ulteriore rispetto alla stagione della “post- verità” associata a Trump. Quello che conta infatti non è più il binomio vero/falso. Non è più sapere che i fatti perdano centralità, mentre acquistano peso la ripetizione, l’emozione, l’identità e la capacità di costruire una narrazione alternativa. Siamo oltre il sapere che non è necessario dimostrare che un’affermazione sia vera, basta renderla credibile per una parte del proprio pubblico.
Il fenomeno descritto oggi dal Consiglio d’Europa suggerisce che il problema non è più soltanto che cosa è vero, ma chi ha l’autorità per stabilire ciò che merita di essere considerato vero.
È una differenza sostanziale. Menter la post-verità trumpiana metteva in discussione l’autorità dei fatti e delle istituzioni che li certificavano., l’ecosistema degli newsfluencer mette in discussione anche l’autorità di chi quei fatti li seleziona, verifica e racconta.
Questo non significa che gli newsfluencer siano necessariamente una minaccia. Possono raggiungere persone che non seguono più i media tradizionali, soprattutto giovani; possono rendere temi complessi più accessibili; possono costruire comunità e dare spazio a voci che difficilmente trovano spazio nei media mainstream. In alcuni casi e contesti possono rappresentare una voce alternativa quando i media sono sottoposti a pressioni politiche.
Tuttavia il problema nasce quando questa nuova autorità incontra l’economia dell’attenzione. Sappiamo ormai bene che le piattaforme non premiano necessariamente ciò che è più accurato o rilevante per l’interesse pubblico. Gli algoritmi premiano ciò che genera attenzione, in termini di visualizzazioni, interazioni, condivisioni, tempo trascorso sul contenuto. E questo, come abbiamo già avuto modo di vedere negli ultimi tempi, può favorire semplificazione, conflitto, indignazione e una forte polarizzazione.
Si tratta di un passaggio ulteriore anche rispetto alla diffusione di fake news. Non serve infatti che uno newsfluencer diffonda una fake news per esercitare un’influenza democratica significativa. Gli basta decidere quali temi meritano attenzione, quali persone ascoltare e quale interpretazione dare a un evento. Gli algoritmi delle piattaforme possono fare il resto, dando sempre più spazio a quei contenuti e togliendolo ad altri, costruendo così nelle persone una visione distorta della realtà.
Questo “passaggio” di potere tra giornalisti e newsfluencer non è irrilevante, come irrilevante non è la domanda su **chi decide oggi cosa diventa rilevante? **Questa forma di potere che un tempo apparteneva soprattutto alle redazioni, oggi è distribuita tra piattaforme, algoritmi, creator, politici, media e comunità online.
Si tratta di una questione su cui si stanno cercando delle forme di regolazione. Anche in Europa si sono moltiplicate le norme che cercano di definire quando un influencer debba essere considerato un soggetto dell’ecosistema mediatico, quali obblighi debba rispettare e come debba essere resa trasparente la comunicazione politica. Ma la sfida è complessa, nell’equilibrio spesso fragile tra il garantire responsabilità e trasparenza, senza intaccare il diritto alla libertà di espressione.
Forse, allora, la questione non è scegliere tra giornalisti e influencer, ma provare a capire come costruire un ecosistema nel quale la capacità dei creator di raggiungere e coinvolgere nuovi pubblici e gli standard di verifica, trasparenza e accountability del giornalismo, possano convivere.
Una sfida non banale, anche per i meccanismi di funzionamento delle piattaforme e gli obiettivi che le stesse si danno, non un accrescimento dei valori democratici, ma una massimizzazione dei profitti, che spesso ignora la necessità di ricostruire condizioni sociali della fiducia nel vero, sacrificando l’autorevolezza.



