Il caso dei ragazzi reclusi (e liberati) nel CPR di Potenza
Di Valentina Muglia
L’ingranaggio perfetto del razzismo di Stato: il caso dei ragazzi reclusi (e liberati) nel CPR di Potenza
C’è una linea sottile, ma violentissima, che unisce la propaganda politica e istituzionale della destra italiana (e non solo) all’arbitrio quotidiano subito dalle persone razzializzate nelle nostre città. Una linea che trasforma il pregiudizio sociale in manette, e le manette in un decreto di espulsione verso i CPR, i buchi neri del nostro ordinamento.
Quanto accaduto a Napoli tra il 27 giugno e il 2 luglio scorso è la triste rappresentazione plastica di questo meccanismo. Una storia poco eccezionale e che finora ha trovato spazio mediatico solo grazie alle denunce pubbliche del Movimento Migranti Napoli, dell’Assemblea Lucana NO CPR, e a un articolo di Fanpage.it, ma che merita di essere amplificata perché mostra, senza filtri, come funziona l’ordinaria macchina del razzismo di Stato.
La vicenda si inserisce in un delicato momento storico, alimentato dalla propaganda politica del Governo, dalle retoriche securitarie sui CPR in Albania e da provocazioni istituzionali, come la recente legge di iniziativa popolare sulla cd. “remigrazione” proposta dall’ultra-destra, e cavalcata dall’ex generale Vannacci.
Lo scorso 27 giugno a Napoli durante il concerto serale a conclusione della giornata del Pride, in Piazza Dante, una donna di circa cinquant’anni avrebbe aggredito verbalmente tre giovani cittadini stranieri, tra cui Ibrahim, 23 anni della Costa d’Avorio, e Salia, 22 anni del Benin, entrambi richiedenti asilo, incensurati e attivisti stimati dello sportello legale dell’Ex OPG “Je So’ Pazzo”. Subito dopo l’aggressione verbale, la donna avrebbe chiamato le forze dell’ordine accusando i ragazzi di molestie, accuse gravi che (come sarà appurato più tardi) non si sono mai formalizzate in una reale denuncia.
È qui che scatta l’innesco del pregiudizio. Come raccontato da uno dei tre ragazzi aggrediti a Fanpage.it: «È andata dal mio amico e gli ha chiesto se volesse parlare con lei, ma quando il mio amico si è rifiutato lei si è arrabbiata. Ha iniziato ad insultarci, ci ha chiesto se fossimo italiani e poi ci ha detto di tornare al nostro paese».
Alla risposta sarcastica dei giovani («Le ho detto ok, facci tu il biglietto e torniamo a casa nostra»), la donna reagisce minacciandoli apertamente prima di allontanarsi: «Adesso vado dalla polizia e dico che mi avete toccato».
La minaccia si trasforma rapidamente in violenza fisica. Dopo circa un quarto d’ora, la donna sarebbe tornata insieme ad un altro uomo ed entrambi avrebbero aggredito fisicamente i tre ragazzi. Quando le forze dell’ordine sono intervenute per dividere i due gruppi, si è compiuto il primo macroscopico atto di profilazione razziale: la polizia ha lasciato allontanare liberamente gli aggressori e ha trattenuto i tre giovani di origine straniera, vittime di aggressione.
L’ intervento delle forze dell’ordine ha contribuito a rendere questa storia un caso da manuale di profilazione razziale, il video del fermo pubblicato da Fanpage.it mostra chiaramente l’applicazione di una manovra molto pericolosa ai danni di uno dei ragazzi coinvolti, che si trova bloccato a terra.
I tre ragazzi vengono dunque arrestati ma il giorno successivo il GIP del Tribunale di Napoli riconosce “l’assoluta inconsistenza di qualsiasi esigenza cautelare” e ordina l’immediata liberazione di tutti e tre. Il giudice di Napoli scrive che i ragazzi si trovano sul territorio da anni, sono incensurati, uno ha già il permesso di soggiorno e l’altro lo sta ottenendo, e che non sussiste alcun pericolo di fuga. Un magistrato ordina di rimetterli in libertà.
Ma è qui che l’ assurdo si fa sistema. Nello stesso giorno, la Questura di Napoli decide di scavalcare e annullare l’autorità del potere giudiziario, firmando per due dei tre giovani aggrediti un decreto di trattenimento e disponendone il trasferimento forzato nel CPR di Palazzo San Gervasio, a Potenza.
Una vera e propria deportazione amministrativa avvenuta come spesso accade violando i più basilari diritti di difesa. Gli avvocati che assistevano i ragazzi nel procedimento penale infatti sono rimasti in Questura a Napoli chiedendo di parlare con i propri assistiti, inviando diffide via PEC, per scoprire sul marciapiede che i loro assistiti erano già stati portati via nella notte, dopo una sbrigativa visita medica di idoneità di dieci minuti in pronto soccorso, eseguita senza nemmeno la presenza di un mediatore culturale.
Su quali basi la Questura avrebbe giustificato questo trattenimento? Su motivazioni che sanno puramente di pregiudizio: la presunta “pericolosità sociale” legata a quello stesso arresto appena smontato dal GIP che ne aveva ordinato la scarcerazione, la mancanza del passaporto (un paradosso normativo, trattandosi di persone richiedenti asilo) e l’assenza di un domicilio affidabile, ignorando le regolari dichiarazioni di ospitalità già depositate dai loro avvocati.
Il 2 luglio, il Tribunale di Potenza ha negato la convalida del trattenimento dei due giovani nel CPR e ne ha disposto la liberazione.
Come riportato da FanPage.it : “Il giudice Filippo Palumbo scrive: «non si comprende sulla scorta di quali valutazioni il Questore di Napoli abbia formulato un giudizio di pericolosità del cittadino straniero, evidentemente escluso dal provvedimento del Tribunale di Napoli»”
Il decreto del giudice di Potenza demolisce punto per punto il provvedimento della Questura: sulla presunta pericolosità sociale, il giudice ribadisce che la legge richiede condanne gravi, assenti nel caso dei ragazzi. Sul rischio di fuga, ricorda che la Questura non ha mai spiegato quali elementi della domanda d’asilo dovessero essere acquisiti all’interno del CPR, mancando del tutto le condizioni di legge per il trattenimento.
Il caso di Napoli dimostra ancora una volta la vera natura dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: veri e propri buchi neri del diritto, utilizzati all’occorrenza come una valvola di sfogo polivalente per rispondere a diverse esigenze del potere. I CPR diventano così il luogo fisico di una “giustizia” parallela, in cui il potere amministrativo delle Questure tenta di scavalcare e correggere le decisioni della magistratura ordinaria, arrivando a privare della libertà personale delle persone sulla base del solo pregiudizio razziale.
Come spiegato da Mariema Faye del Movimento Rifugiati e Migranti di Napoli nell’intervista di Fanpage.it : “L’episodio di piazza Dante, per quanto violento, è perfettamente in linea con il quadro politico ed il clima che stiamo vivendo in Italia. Viviamo in un momento storico in cui si parla di remigrazione e sembra che tutti i problemi degli italiani siano dovuti alla presenza dei migranti, un tempo in cui tre ragazzi che stanno per fatti loro in una piazza senza dare fastidio a nessuno, vengono aggrediti, arrestati e spediti al CPR, tutto questo è allucinante”.
Ibrahim e Salia oggi sono liberi e sono tornati alla loro vita. Ma lo sono anche perché attorno a loro c’era una rete sociale solida e una pronta difesa legale. la storia di Ibrahim e Salia non è l’eccezione, è la regola di un sistema punitivo orientato su base razzista.
Ci uniamo alla richiesta dei movimenti sociali: Chiudiamo i CPR. Tutti.



