La stretta sui CPR che uccide: il caso del Centro di Bari-Palese

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone
Print Friendly

Di Irene Proietto

 

Il CPR di Bari-Palese, situato nella periferia nord della città, è attivo fin dal 1998, dall’istituzione dei primi “Centri di Permanenza Temporanea”. Ad oggi il Centro ha una capienza di 126 posti e dal 2023 è gestito dalla Cooperativa sociale “La mano di Francesco” , che ne ha vinto nuovamente l’assegnazione a dicembre 2025. Nel corso del tempo il CPR è stato teatro di numerosi eventi critici, proteste e gravi violazioni dei diritti umani. Lo scorso 11 febbraio ha perso la vita nel Centro Simo Said, un giovane di appena 26 anni di origini marocchine che aveva da poco finito di scontare un periodo di detenzione carceraria a seguito del coinvolgimento in una rissa. 

Said era stato trasferito nel CPR di Bari il 21 gennaio direttamente dal carcere di Piacenza. Poche settimane più tardi il giovane è morto in circostanze che – come per ogni decesso che si verifica all’interno dei CPR – rimangono tuttora opache. Se infatti a seguito dei primi rilievi delle autorità si parlava di un decesso “per cause naturali”, un suo compagno della sezione 5 del Centro ha da subito riferito che Simo Said avrebbe sviluppato una grave dipendenza dai farmaci, poi culminata in un’overdose da metadone. Sulle singole responsabilità nel decesso indaga oggi la Procura. Khalid Semta, il testimone chiave che lo ha soccorso prima di morire, è stato nel frattempo trasferito nel Centro di Gjadër in Albania e da lì liberato perché ritenuto inidoneo alla vita in comunità ristretta. Ad ogni modo la vicenda di Simo Said non può che essere inquadrata in una dimensione sistemica della violenza istituzionale che si manifesta nei CPR su base quotidiana. 

 

In seguito alla morte del giovane, il 13 febbraio una delegazione parlamentare ha effettuato una visita ispettiva nel CPR, riportando un quadro estremamente critico in particolare sotto il profilo sanitario. Oltre alle degradanti condizioni igienico-sanitarie della struttura, la delegazione ha rilevato la presenza di numerose persone in evidente stato di torpore causato dalla probabile somministrazione di farmaci con effetti sedativi e gravi criticità nella conservazione di psicofarmaci e benzodiazepine. 

Rispetto al personale sanitario presente nella struttura, è prevista la presenza di un medico per 5 ore al giorno mentre è presente h24 solo il personale infermieristico. Il Servizio psicologico risulta estremamente carente – pur essendo formalmente garantito – con un numero di interventi significativamente esiguo. Inoltre non esistono inoltre protocolli anti-suicidari né dispositivi preposti.

 

Tali criticità non rappresentano una novità: lo scorso anno l’associazione “Progetto Diritti” ha condotto una ricerca predisponendo degli accessi civici generalizzati rivolti alle ASL competenti per le visite di idoneità di diversi CPR italiani. Dall’accesso civico indirizzato alla ASL di Bari emergono dei dati particolarmente sconcertanti, ad oggi mai pubblicati, relativi al periodo settembre 2021 – agosto 2024. La ASL ha specificato che in tale periodo non era ancora attivo alcun protocollo di intesa tra l’ente e la struttura sanitaria ma era stata realizzata esclusivamente una bozza. In particolare l’azienda sanitaria ha riferito, in tale periodo, di non aver eseguito visite di idoneità. Inoltre, in merito alla “Percentuale di persone detenute presso il CPR di Bari Palese sottoposte a terapie richiedenti la somministrazione di psicofarmaci e tranquillanti al 24 luglio 2024” la ASL ha dichiarato: “Non è stato possibile fornire alcun riscontro in quanto non di competenza”. Emerge dunque una palese violazione di quanto previsto dall’articolo 3 della Direttiva Lamorgese,  (direttiva 19 maggio 2022 che attualmente rimane l’unica fonte normativa a regolare i modi del trattenimento) che al comma 1 prevede che l’ingresso nei CPR sia subordinato ad una valutazione di idoneità compiuta in via ordinaria dalla ASL competente per territorio, con la quale la Prefettura deve stipulare apposito protocollo (art. 3 comma 2). 

Ad oggi, in base a quanto riferito alla delegazione della Parlamentare Rachele Scarpa, esiste il Protocollo con la ASL di Bari, mentre il SERD di Modugno viene attivato occasionalmente. È però evidente che il CPR non potrà mai essere pensato come luogo di presa in carico delle criticità sanitarie e, in particolare, delle vulnerabilità psichiatriche e delle tossicodipendenze. La stessa Direttiva Lamorgese fa espresso riferimento all’incompatibilità con la vita in comunità ristretta non solo nei casi di malattie infettive contagiose e pericolose per la comunità, ma anche di “disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative”. Per quanto attiene alle tossicodipendenze, inoltre, il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha sottolineato l’incompatibilità con la vita in comunità ristretta per i soggetti sottoposti a terapie richiedenti la somministrazione di metadone. 

 

Il sistema del trattenimento è oggi una macchina in espansione e trasformazione in cui il diritto alla salute delle persone migranti è ormai tramutato dalle politiche governative in un nuovo terreno di scontro. Il 20 gennaio, proprio un giorno prima dell’ingresso di Simo Said nel CPR di Bari, il Ministero dell’Interno ha emanato una circolare rivolta alle Prefetture nella quale si invita a disporre la detenzione amministrativa “con priorità” nei confronti “degli stranieri irregolari che, per il loro comportamento, sulla base di elementi di fatto, possano ritenersi una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica, ponendo in campo ogni sforzo organizzativo utile a darvi corso”. 

Nella sua vaghezza e genericità, il linguaggio impiegato dalla circolare è chiaro nell’associare la migrazione a un fenomeno di pericolosità sociale in virtù del quale giustificare ogni modalità di esercizio della forza pubblica in deroga ai diritti fondamentali della persona. 

La Direttiva Ministeriale prosegue richiamando l’articolo 3 comma 2 della direttiva Lamorgese e incentivando le Prefetture a stipulare accordi con le ASL al fine di dare piena attuazione alla normativa richiamata, che “consente la permanenza nei CPR anche dei migranti che vi abbiano fatto accesso in assenza di visita medica per l’accertamento dell’idoneità alla vita di comunità ristretta, a condizione che tale visita sia effettuata entro 24 ore dall’ingresso”. Il testo conclude con un invito a stipulare convenzioni con i serD “ugualmente, al fine di evitare che l’idoneità alla vita di comunità ristretta possa essere esclusa, in via automatica, sulla base del mero accertamento di condizioni di tossicodipendenza dello straniero […] per l’adeguata presa in carico di tali situazioni”.

Un tale approccio mira a legittimare e incentivare la presenza nei CPR di persone inidonee alla vita in comunità ristretta, favorendo una deriva manicomiale dei luoghi di trattenimento, dove – come conferma anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità – non è immaginabile alcuna reale presa in carico di vulnerabilità sociali e sanitarie. Come dimostrano le indagini nei confronti dei medici di Ravenna, accusati di aver firmato alcune certificazioni di inidoneità al trattenimento, sul diritto alla salute è in corso un’autentica guerra ideologica contro quello che i sanitari ripetono ormai da anni: i CPR sono luoghi patogeni dove alle vulnerabilità pregresse se ne aggiungeranno inevitabilmente di nuove, generate dalla detenzione stessa.