«Per prima cosa, non nuocere» : L’assurda vicenda dei sanitari indagati

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“Primum non nocere”, per prima cosa non nuocere, è il principio cardine su cui si fonda la pratica medica. Principio che ha recentemente guidato la decisione di molteplici medici in tutta Italia a non rilasciare certificati di idoneità per il trattenimento nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). 

 

Non è stata dello stesso avviso la procura di Ravenna che il 16 settembre 2026, per mezzo della squadra mobile della città e del Servizio centrale operativo di Roma, ha condotto perquisizioni nei confronti di 23 medici di nove città italiane (Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese), sequestrando telefoni e computer. Quasi nessuno di loro risultava iscritto nel registro degli indagati al momento delle perquisizioni. Particolarmente grave sembra apparire il trattamento ricevuto dal medico infettivologo e membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) Nicola Cocco, trattenuto presso la Questura di Varese per due giorni di fila, a partire dall’alba del 16 settembre. L’accusa nei suoi confronti è di associazione a delinquere finalizzata alla creazione di certificati falsi per impedire i rimpatri. 

 

L’origine di quanto accaduto a settembre va ricostruita a partire da un’indagine condotta, ancora una volta, dalla procura di Ravenna, all’inizio del 2026. In quell’occasione, otto medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna erano stati accusati di “falso ideologico” per le stesse ragioni. Blitz notturni a casa, telefoni e pc perquisiti, un intero reparto bloccato per una giornata, e, per tre di loro, l’interdizione dall’esercizio della professione per dieci mesi. 

 

Per capire perché un rifiuto diventi un’accusa bisogna guardare a cosa certifica, di fatto, l’idoneità. La tutela della salute della persona migrante è un diritto sancito dall’art. 32 della Costituzione, mentre la valutazione specifica della compatibilità con lo stato di detenzione è definita dalla Direttiva Lamorgese del 19 maggio 2022. Secondo la normativa, la visita medica preliminare è volta ad “accertare l’assenza di patologie evidenti che rendano incompatibili l’ingresso e la permanenza del medesimo nella struttura” (Art. 3, comma 1). In teoria, la valutazione medica non dovrebbe limitarsi dunque al solo quadro clinico del paziente, ma dovrebbe tenere conto anche del contesto, quindi delle condizioni igienico-sanitarie in cui versano i CPR, nonché delle difficoltà a ricevere cure adeguate, specialmente in presenza di patologie croniche.

 

Come evidenziamo da anni, tuttavia, le visite di idoneità al trattenimento nei CPR rischiano di ridursi a formali adempimenti burocratici. La Direttiva Lamorgese ha inoltre acuito le problematiche relative all’attestazione di idoneità, soprattutto per le persone provenienti dal carcere o da altri CPR. Per lo straniero proveniente da un’altra struttura non è infatti necessaria una nuova certificazione di idoneità, bensì risulta sufficiente una copia della scheda sanitaria precedentemente redatta (nuovo art.3, comma 6). In questo modo, non si tiene conto delle specificità della struttura di destinazione né, ad esempio, della sua distanza da un pronto soccorso. La Direttiva Lamorgese è arrivata a istituzionalizzare un’altra passi illegittima, ossia l’ingresso nel CPR senza visita di idoneità al trattenimento da parte dell’autorità sanitaria pubblica. Infatti si prevede che: “Nei casi in cui lo straniero abbia fatto accesso al Centro senza aver effettuato la visita da parte di un medico della ASL o dell’azienda ospedaliera, la visita dovrà essere ripetuta entro 24 ore dall’ingresso nel CPR da parte del medico della ASL con cui la Prefettura sede del CPR ha stipulato apposito protocollo” (art.3, c.2). Quest’ultima scelta è da ritenersi non poco controversa se si tiene conto del fatto che il personale sanitario del CPR sicuramente non può assicurare le garanzie di imparzialità né avere la stessa conoscenza dei servizi sanitari locali che potrebbe avere l’ASL locale.  

 

Anche l’ultimo rapporto del Tavolo asilo e immigrazione conferma che le certificazioni di idoneità si basano molto spesso su “modelli prestampati da compilare, volti a escludere la presenza di malattie infettive contagiose e pericolose per la comunità, disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative”. Tali visite si svolgono il più delle volte in assenza di un mediatore culturale e in presenza, invece, delle forze dell’ordine, e riescono difficilmente a restituire un quadro clinico completo, non lasciando spazio ad eventuali controlli specialistici. Di fatto, quindi, il certificato attesta che la persona può convivere con gli altri trattenuti, non che può sopportare il trattenimento. Si accerta che non abbia malattie di natura infettiva e che dunque non metta a rischio la comunità del centro, ma nessuno valuta, invece, il rischio opposto, vale a dire se sia la vita in quel luogo a mettere in pericolo la salute di chi viene dichiarato “idoneo”.

Peraltro, come abbiamo evidenziato nel brief La tutela della salute all’interno dei CPR, la gestione della salute delle persone migranti in queste strutture non è affidata direttamente al Servizio sanitario nazionale (SSN), bensì è appaltata al personale sanitario assunto dagli enti gestori privati, senza che siano richiesti titoli o formazioni specifiche in medicina detentiva o medicina delle migrazioni. Più volte è stato documentato, nei CPR, anche l’abuso di psicofarmaci, in alcuni casi somministrati dal personale infermieristico senza alcuna prescrizione medica. Secondo uno studio condotto dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) e dal Naga, nel 2023 nel CPR di via Corelli a Milano gli psicofarmaci hanno rappresentato oltre il 60% della spesa farmaceutica complessiva del centro. Spesso si tratta di farmaci con azione sedativa il cui scopo è tamponare stati di agitazione o di sofferenza psichica manifestati dalle persone detenute. La risposta dunque non guarda alle cause del malessere né al contesto in cui si sviluppa, ma si limita a sopprimerlo temporaneamente. Così il farmaco finisce per funzionare come uno strumento di controllo sociale che rende le persone trattenute più “gestibili”. 

 

È su questo sfondo che la SIMM, all’inizio del 2024, ha lanciato una campagna di presa di coscienza, in collaborazione con la “Rete Mai più lager – No ai CPR” e con l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI). Rivolta a tutto il personale sanitario italiano e nello specifico ai medici chiamati alla valutazione delle idoneità, invita ad una maggiore consapevolezza sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa. “Una campagna”, ha precisato Nicola Cocco per Altreconomia, “in cui il punto non era non dare le idoneità. […] Noi diamo gli strumenti al medico perché possa scegliere in scienza e coscienza.” 

 

Tra gli strumenti figura anche una “bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel CPR” che, secondo la Procura di Ravenna, costituirebbe una prova dell’esistenza di una vera e propria organizzazione che coinvolge medici in tutta Italia mossi da una stessa “ideologia”. Si tratta, tuttavia, di un documento pubblico accessibile da tempo online, il cui utilizzo è lasciato alla discrezione del singolo medico.

 

Tante sono state le testimonianze dirette, i rapporti, le inchieste giornalistiche, che negli anni hanno fatto luce sulle condizioni degradate e degradanti dei CPR. Un report del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa, nel 2024, esortava a migliorare l’assistenza sanitaria, lo screening medico, e a rivedere il sistema di certificazione dell’idoneità alla vita in una comunità ristretta. In un documento pubblicato a gennaio 2026, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiamato gli effetti dannosi della detenzione amministrativa sul benessere psicofisico del singolo, in un contesto globale in cui il trattenimento di persone migranti, anziché essere adottato come ultima risorsa, tende a divenire la prassi. 

 

“I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza”, ha dichiarato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (FNOMCeO).  La libertà e l’indipendenza della professione sono principi fondamentali sanciti dall’art. 4 del Codice di deontologia medica, che prescrive al medico di non “sottostare a interessi, imposizioni o condizionamenti di qualsiasi natura”. Il medico è innanzitutto chiamato a proteggere il paziente, specie se vulnerabile, “in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita” (art. 32). Se quell’ambiente è il CPR, non rilasciare l’idoneità diviene per il medico una scelta “in scienza e coscienza”, coerente con i suoi obblighi professionali.

Quanto accaduto non solo mina fortemente l’autonomia della professione, ma ha anche evidente carattere intimidatorio, dal momento che rischia di scoraggiare altri medici dal prendersi in carico le certificazioni per timore di ripercussioni. Non è chiaro perché, piuttosto, non siano mai state fatte indagini su medici che hanno dichiarato idonee persone che non lo erano – ha fatto presente Cocco – “nemmeno quando la detenzione si è trasformata in tragedia”.

Da tempo assistiamo a una crescente tensione tra l’autonomia del personale sanitario e un sistema che chiede ai medici di certificare l’idoneità delle persone alla detenzione amministrativa. Per Buchi Neri, questo espone chi mette al primo posto la salute dei propri pazienti a una pressione politica inaccettabile. 


Lo diciamo da sempre: i CPR sono buchi neri e devono essere chiusi.

Per questo abbiamo sostenuto la campagna della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), che definisce i CPR realtà strutturalmente patogene, capaci di mettere a rischio la salute e la vita delle persone detenute. In un luogo che produce sofferenza fisica e psichica, la stessa idea di certificare qualcuno come “idoneo” alla detenzione pone un problema radicale di natura medica e deontologica.

Il compito di chi cura non è rendere possibile una privazione della libertà. È tutelare, prima di tutto, salute, dignità e vita umana.
Per questo esprimiamo solidarietà al Dottor Nicola Cocco e alle mediche e ai medici coinvolti in tutta Italia.

I CPR sono luoghi patogeni. Il problema non sono i medici che ne denunciano i rischi: è un sistema di detenzione che quei rischi continua a produrli.