L’architettura della spoliazione. Dentro il CPR di Ponte Galeria.
Di Valentina Muglia
A fine luglio siamo tornati all’interno del CPR di Roma-Ponte Galeria, al seguito delle deputate Rachele Scarpa e Michela Di Biase, nell’ambito del loro lavoro di monitoraggio parlamentare. Già alla fine del 2024, con Buchi Neri avevamo tentato di fare luce sulla realtà della struttura romana, attraverso la pubblicazione del report “Chiusi in gabbia. Viaggio nell’inferno del CPR di Ponte Galeria”, incrociando i dati raccolti durante i nostri accessi con le informazioni ottenute tramite istanze di accesso civico.
L’obiettivo era chiaro: sottrarre questi spazi, almeno in parte, all’opacità e all’invisibilità che li definiscono. Nel frattempo, dall’inizio del 2025, la gestione del Centro è passata nelle mani della cooperativa EKENE.
Questo ingresso svolto al seguito delle On. Scarpa e Di Biase, si inserisce nel solco tracciato dall’azione popolare lanciata a fine 2024 e sostenuta con forza da una vastissima rete di ONG, associazioni della società civile, docenti e giuristi per chiedere la chiusura immediata del centro. Un’iniziativa legale nata per supplire all’inerzia delle istituzioni locali e denunciare come la presenza del CPR e le violazioni al suo interno siano incompatibili – anche – con lo Statuto di Roma Capitale, e la cui ultima udienza sarà il prossimo 18 settembre.
Come raccontavamo nella nostra precedente inchiesta “Chiusi in Gabbia”, il CPR di Ponte Galeria si trova in una zona estremamente periferica di Roma, fuori dal raccordo anulare e non facilmente raggiungibile. La struttura è divisa in due sezioni: maschile e femminile. Un dettaglio non secondario: Ponte Galeria rappresenta l’unico CPR in tutta Italia ad avere una sezione femminile, di cinque posti. Il Centro è, dal punto di vista architettonico, realizzato in cemento e ferro. Le zone di trattenimento si organizzano su moduli architettonici regolari con due o più stanze, con annessa area esterna comune. Tutti i moduli sono separati tra loro, dalle aree di passaggio e dall’area amministrativa da spesse cancellate in barre di ferro alte fino a otto metri. Nella zona maschile alle barre di ferro sono stati aggiunti dei pannelli in vetro per limitare ulteriormente eventuali tentativi di evasione o di sommossa.
La sezione femminile del CPR si trova in un braccio separato del Centro rispetto al resto dei locali. Si accede alle celle di pernotto entrando nel “cortile” antistante, che si compone di un piazzale di cemento delimitato da sbarre di ferro, dove le detenute – che il giorno del nostro ingresso erano quattro – trascorrono spesso il loro tempo, portando fuori i materassi per non sedersi sul cemento caldo, in condizione di totale isolamento(1).
Un’architettura della spoliazione: è questa l’impressione nell’attraversare gli ambienti della struttura.
L’area “mensa” è costituita da una stanza con un tavolo al centro, due sedie, e vari armadi vuoti, se non per qualche panino confezionato in plastica. Il locale di servizio adiacente ha un bagno, un lavello e una doccia lasciata a vista, senza porta di separazione.
La stanza dove le detenute dormono ha otto brande, non tutte con il materasso, perché alcune detenute lo trascinano nel cortile esterno di cemento e ferro, per sedersi a terra a fumare. Il brusio della televisione accesa e l’aria condizionata sembrano solo un sottofondo surreale nel vuoto della stanza, che è affiancata da un altro servizio igienico essenziale. Nessun cassetto dove custodire i propri ricordi o le poche cose possedute, nessun pulsante per le emergenze che funzioni davvero. Un abbandono sistematico che priva chi è costretto a vivere qui – anche – della possibilità di chiamare soccorso.
Nel cortile di cemento della sezione femminile avviene l’incontro con le donne trattenute. Un’immagine sopra le altre restituisce il senso di profonda alienazione del luogo: una donna georgiana sui cinquant’anni, con evidenti e gravi vulnerabilità psicologiche, siede a terra su un materasso adagiato direttamente sul cemento del cortile. Fuma, grida da sola, del tutto impossibilitata a comunicare anche per barriere linguistiche. Nonostante le condizioni visibilmente critiche, la donna è stata giudicata “idonea al trattenimento” dalle autorità, in attesa di un imminente volo di rimpatrio con scorta sanitaria, poi organizzato per lo scorso 27 luglio. Con le dovute differenze, le condizioni di questa donna detenuta ricordano quelle di C., chiusa nella sezione femminile dello stesso Centro per oltre nove mesi, e liberata nell’estate del 2024, solo grazie a un ricorso urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Non molto differenti sono le condizioni strutturali della sezione maschile. Il percorso anche qui parte da un piazzale di cemento recintato dal ferro, porta d’ingresso di una cella di pernotto dove i detenuti passano le loro intere giornate, anche loro in condizione di totale isolamento. L’anticamera della prima cella è uno spazio improvvisato: c’è un tavolo con il cibo del pranzo, considerato incommestibile da tutti i detenuti presenti, e due materassi sistemati sul pavimento da alcuni di loro per poter guardare la televisione fino a tardi. Accanto, il vano dei servizi igienici conta appena due bagni, un lavabo e una doccia. Più avanti, uno stanzone con otto brande definisce l’area di pernotto, rinfrescata da un condizionatore aggiustato solo poche ore prima, ma che nei giorni successivi risulta nuovamente rotto. Anche nella sezione maschile nessun mobile per conservare i propri oggetti personali o vestiti, nessun pulsante di soccorso che funzioni. Un vuoto materiale e di sicurezza che parla da solo.
Durante la visita entriamo anche nei cosiddetti “locali idonei”(2), aperti nell’aprile 2025 all’interno del CPR romano, ma formalmente distinti da esso. Sono spazi nella disponibilità diretta della Polizia pensati per trattenimenti temporanei di brevissima durata, in attesa dell’accompagnamento alla frontiera, un’ulteriore scatola nera. Al momento dell’ispezione le stanze sono vuote, rinfrescate da un’aria condizionata lasciata accesa al massimo nel vuoto della struttura. Tutto appare nuovo, ristrutturato da poco, cinque letti, un tavolo e tre sedie ancorati al pavimento, persino i campanelli d’allarme, gli unici funzionanti dell’intero complesso. Inoltre, dalla semplice visione del registro presenze dei locali idonei, emergerebbe che alcuni trattenuti siano rimasti in questi spazi per un periodo di tempo superiore a quello stabilito dalla legge.
Tra le aree rinnovate del CPR figura anche il locale “palestra”. Si tratta di uno stanzone situato a ridosso della sezione maschile, recentemente ristrutturato, dotato di due condizionatori in funzione e di una decina di macchinari per l’attività fisica. Nonostante gli sforzi strutturali, tuttavia, lo spazio risente delle dinamiche del Centro e delle carenze nell’organizzazione del personale: i detenuti riferiscono infatti che la palestra resta spesso inaccessibile ed è “più chiusa che aperta”. Analogamente a quanto avviene per il campo da calcio, la disponibilità degli spazi non si traduce automaticamente in attività quotidiane per le persone detenute. Per questo i CPR appaiono come degli “involucri vuoti”, così definiti nel 2021 da Mauro Palma, allora Garante Nazionale delle persone private della libertà personale.
Il piazzale di cemento e l’interno delle celle della sezione maschile diventano lo scenario dove si sommano storie di marginalità e cortocircuiti burocratici. Tra i detenuti c’è chi in Italia ha trascorso quasi tutta la vita: è il caso di un uomo di circa sessant’anni, da circa quaranta in Italia, che non ha mai avuto un percorso regolarizzato e che in caso di rimpatrio nel paese dove è nato non avrebbe più niente e nessuno.
Nello stesso blocco si muove la richiesta disperata di tutela, giovani e meno giovani che mostrano carte, chiedono spiegazioni, nel tentativo di far sentire la propria voce e accedere ai documenti che decidono della loro libertà.
Le criticità riscontrate a Ponte Galeria dimostrano chiaramente come la questione non risieda soltanto nella singola gestione dell’ente gestore – che pure può introdurre migliorie o interventi di ristrutturazione come nel caso della palestra – ma nella natura stessa del sistema della detenzione amministrativa. Ciò che abbiamo visto a Ponte Galeria non è il frutto di una cattiva gestione o di emergenze momentanee, ma il funzionamento ordinario e sistematico dei CPR.
Un’architettura della spoliazione che produce sistematicamente la sospensione del diritto, l’annullamento della dignità delle persone detenute e la loro invisibilità. Un buco nero al margine della città che non si può aggiustare né riformare, ma che richiede una sola opzione politica e umana: la sua immediata chiusura.
(1)Ricordiamo che il Comitato europeo di Prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) richiede il c.d. “regime aperto” nei CPR.
(2) i cd. “locali idonei” e nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza, sono luoghi previsti dal d.l. n.113 del 2018, convertito in legge n.132 del 2018, per trattenere temporaneamente il cittadino straniero espulso destinatario di un provvedimento di accompagnamento alla frontiera.



