La detenzione amministrativa mina il diritto alla salute

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Il recente evidence brief pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) analizza sistematicamente le evidenze scientifiche disponibili sugli effetti della detenzione amministrativa sulla salute delle persone migranti, evidenziando come tale misura rappresenti un determinante strutturale negativo per la salute fisica e mentale. Il documento si propone inoltre di orientare le politiche pubbliche e le pratiche amministrative.L’evidence brief colloca questi centri all’interno del quadro del diritto internazionale dei diritti umani, ribadendo che dovrebbero essere utilizzati esclusivamente come extrema ratio, nel rispetto dei principi di legalità, necessità e proporzionalità e sulla base di una valutazione individuale del singolo caso. Tuttavia, l’OMS rileva come, nella prassi, la detenzione amministrativa sia sempre più impiegata su larga scala e per periodi prolungati, talvolta indefiniti, in contrasto con gli standard internazionali che vietano, per l’appunto, la detenzione arbitraria.

Il punto di partenza del documento è l’affermazione che la salute delle persone migranti è un diritto umano fondamentale, che spetta a tutte le persone indipendentemente dal loro status giuridico. Tuttavia, nonostante i limiti giuridici sopra descritti, la detenzione amministrativa è sempre più utilizzata a livello globale in modo esteso e prolungato. Nel brief si analizzano in modo approfondito le conseguenze del trattenimento sulla salute, evidenziando le condizioni materiali e sociali tipiche dei centri di detenzione: sovraffollamento, scarsa igiene, alimentazione inadeguata, isolamento, mancanza di attività, incertezza sulla durata della detenzione e sul proprio futuro costituiscono determinanti strutturali negativi della salute. Le evidenze raccolte mostrano un aumento significativo di malattie infettive legate all’ambiente detentivo, un peggioramento delle patologie croniche preesistenti e, soprattutto, una diffusione molto elevata di disturbi di salute mentale, come ansia, depressione e disturbo post-traumatico da stress. Un dato centrale è che più la detenzione si prolunga, più gli effetti sulla salute peggiorano, e che tali effetti spesso persistono anche dopo il rilascio.

I gruppi considerati particolarmente vulnerabili, come donne, persone vittime di tortura o tratta, persone LGBTQ+ e, in modo molto netto, i minori, sono centrali nel rapporto. Le donne in detenzione riportano livelli più elevati di cattiva salute fisica e mentale rispetto agli uomini, con un’incidenza significativa di depressione, ansia e disturbo da stress. Le donne incinte o in cattive condizioni di salute risultano esposte a rischi ulteriori, aggravati dalla carenza di servizi sanitari adeguati, dalla mancanza di privacy e di riservatezza medica e dall’insufficiente accesso a cure specialistiche, come l’assistenza ostetrica. Nel Brief si sottolinea inoltre il rischio di esposizione a violenze fisiche e sessuali e a forme di intimidazione da parte di altri detenuti e del personale, con maggiore rischio per le donne detenute. Inoltre, si sottolinea la particolare vulnerabilità delle donne con esperienza di violenza sessuale o tratta di esseri umani, le quali spesso non sono adeguatamente identificate né assistite, con conseguenti comportamenti di autolesionismo e altre forme di grave disagio psichico. Ancora, l’OMS richiama la posizione consolidata degli organismi delle Nazioni Unite secondo cui la detenzione dei bambini per motivi migratori non è mai nel loro superiore interesse e costituisce una violazione dei loro diritti, anche quando avviene insieme ai genitori o per periodi brevi. La detenzione dei minori è associata a danni gravi e duraturi sul piano psicologico, emotivo e dello sviluppo, e infatti l’OMS afferma chiaramente che gli Stati dovrebbero eliminarla del tutto, adottando soluzioni alternative non detentive per l’intero nucleo familiare.

Il rapporto affronta anche il tema dell’accesso alle cure sanitarie all’interno dei centri di detenzione, evidenziando gravi criticità sistemiche. Le cure risultano spesso frammentate e inadeguate, con carenze di personale medico e mediatori linguistici. La gestione sanitaria è frequentemente esternalizzata a soggetti privati, con problemi di controllo, mancanza di continuità terapeutica e conflitti di interesse, con il rischio che prevalgano logiche di profitto e di contenimento dei costi, a discapito dei servizi destinati alle persone migranti. A ciò si aggiungono barriere linguistiche, sfiducia verso il personale e timore di conseguenze negative sul procedimento migratorio, che scoraggiano le persone detenute dal chiedere assistenza sanitaria. 

Inoltre, il COVID-19, ha reso ancora più evidenti le criticità strutturali della detenzione: in molti contesti la pandemia ha aggravato sovraffollamento, isolamento e uso della detenzione per lunghi periodi di tempo, aumentando il rischio sanitario e il disagio psicologico, mentre in alcuni casi il ricorso alle alternative alla detenzione ha mostrato effetti positivi nella riduzione del rischio di contagio.

Nelle conclusioni, l’OMS afferma che l’insieme delle evidenze disponibili dimostra come la detenzione amministrativa abbia un impatto intrinsecamente dannoso sulla salute, difficilmente mitigabile anche migliorando le condizioni materiali. Per questo motivo, il documento ribadisce che la detenzione dovrebbe essere evitata il più possibile nei procedimenti migratori e sostituita con alternative non detentive, soprattutto per i soggetti considerati vulnerabili. Quando la detenzione viene comunque utilizzata, gli Stati hanno l’obbligo di garantire standard elevati di tutela della salute, condizioni dignitose, screening sanitari adeguati e accesso effettivo alle cure, nel rispetto del diritto alla salute e della dignità umana.

Alla luce delle evidenze raccolte nel tempo da organismi internazionali, agenzie dell’ONU e meccanismi indipendenti di monitoraggio, emerge con chiarezza come la detenzione amministrativa sia una pratica strutturalmente incompatibile con la tutela dei diritti fondamentali della persona. Da anni, e in modo sempre più insistente, si sollecita la chiusura dei CPR, evidenziando come essi si configurino come veri e propri buchi neri sottratti a un controllo effettivo e caratterizzati da opacità, carenze sistemiche e violazioni ricorrenti dei diritti umani. Ogni nuovo rapporto, compreso quello dell’OMS, conferma un quadro ormai consolidato: i centri di detenzione delle persone migranti funzionano come zone d’ombra giuridica, all’interno dei quali il diritto alla salute, alla dignità, alla libertà personale e alla protezione dei soggetti vulnerabili risulta sistematicamente compromesso. Non sono episodi isolati e occasionali, le violazioni riscontrate appaiono come conseguenze strutturali della logica detentiva. In questo senso, il progressivo accumularsi di evidenze scientifiche e giuridiche non può rafforzare l’idea di una possibile riforma di questi centri, ma piuttosto sostiene inevitabilmente la necessità di superare definitivamente il paradigma del trattenimento.