Stretta dell’UE su asilo e rimpatri: dall’Albania verso gli USA di Trump
Il Consiglio UE ha recentemente dato il via libera ad una stretta sulle politiche migratorie, delineando un paradigma che trasforma radicalmente il diritto d’asilo e istituisce meccanismi di deportazione che ampliano la pratica dell’esternalizzazione delle frontiere. Al centro della riforma troviamo infatti il cosiddetto “modello Albania”, promosso dall’Italia e ora ufficialmente reso prototipo replicabile per l’intera Unione per la gestione delle persone migranti irregolarmente soggiornanti in territorio europeo.
Le decisioni adottate dall’ultimo Consiglio Affari Interni dei Ministri europei accelerano le procedure di respingimento, introducono strumenti di cooperazione con paesi terzi, riducono i meccanismi di solidarietà interna e autorizzano formalmente la costruzione di centri di detenzione e rimpatrio al di fuori dei confini europei, scatenando forti critiche. Si tratta di politiche che spostano l’onere della detenzione e del rimpatrio al di fuori dei confini europei, rafforzando l’approccio securitario che mira a velocizzare le procedure di identificazione e deportazione. Al centro di questo cambiamento c’è l’ampliamento del concetto di “paese terzo sicuro”, che aumenta i poteri degli Stati membri nel respingere le domande d’asilo. Secondo la nuova formulazione, infatti, non è più necessario che la persona migrante abbia legami diretti con il paese terzo né che vi abbia transitato: è sufficiente che lo Stato membro abbia sottoscritto un accordo bilaterale con una nazione ritenuta “sicura” per dichiararla automaticamente competente a ricevere la domanda d’asilo. Un primo elenco include tra i nuovi paesi sicuri Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. I migranti cittadini di questi paesi mantengono teoricamente il diritto di chiedere asilo, ma le loro domande saranno sottoposte a procedure accelerate che riducono drasticamente le garanzie procedurali. Questa scelta normativa è di portata storica: per la prima volta, l’Unione Europea codifica una gerarchia di diritti basata sulla nazionalità, creando classi di persone migranti trattate con diversi livelli di protezione e riconoscimento.
Rispetto al tema del trattenimento, la detenzione diventa col nuovo patto la regola: sul piano formale, il Patto afferma che il trattenimento dei migranti debba costituire una misura eccezionale, applicabile solo come ultima istanza e sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, ma nella prassi l’ingresso nell’Unione Europea si traduce frequentemente in una sospensione di fatto della libertà personale. Le persone migranti vengono infatti sottoposte a una serie di dispositivi che, pur non qualificati giuridicamente come detenzione, ne riproducono pienamente gli effetti: durante la fase di screening alle frontiere, della durata massima di 7 giorni, in cui sono obbligate a fornire impronte digitali e altri dati biometrici; nel corso dei trasferimenti verso lo Stato membro ritenuto competente all’esame della domanda di asilo; durante la procedura di asilo alla frontiera, che può protrarsi fino a 12 settimane ed è accompagnata da un divieto di ingresso nel territorio; e infine nella fase di rimpatrio, qualora la domanda venga respinta, quando le persone restano in attesa di espulsione per periodi che possono estendersi per mesi o addirittura anni, subordinati alla disponibilità del paese di origine a riammettere i propri cittadini.
Si apre inoltre la strada alla stipula di trattati per la creazione di hub di rimpatrio e detenzione gestiti in paesi extra-UE, trasformando l’esternalizzazione delle frontiere in pratica legale istituzionalizzata, con l’obiettivo dichiarato di accelerare le espulsioni e alleggerire la pressione sui confini esterni dell’Unione. Il “modello Albania” emerge come paradigma operativo per l’implementazione di questa nuova architettura. Come sappiamo, l’Italia ha siglato un accordo con Tirana per la creazione di centri di identificazione e rimpatrio in territorio albanese, operanti sotto giurisdizione italiana. Le persone migranti salvate dalle navi italiane nel Mediterraneo vengono trasferite in queste strutture per lo screening iniziale: chi non ottiene asilo viene rimpatriato, mentre i casi considerati positivi rientrano in Italia per proseguire le procedure ordinarie. La durata dello screening è fissata a 30 giorni, ma il nuovo regolamento UE permetterebbe l’estensione della detenzione fino a 40 settimane: questo drastico cambiamento, formalmente giustificato come necessario per “garantire l’esecuzione dell’espulsione” in caso di mancata collaborazione con le autorità, crea di fatto un nuovo regime di carcerazione preventiva basato unicamente sulla condizione amministrativa di irregolarità, consolidando la trasformazione della detenzione amministrativa da misura temporanea a meccanismo strutturale di controllo.
Il Consiglio europeo ha sbloccato lo stanziamento di fondi per questa operazione, superando obiezioni iniziali riguardanti costi stimati in centinaia di milioni di euro e questioni legali sulla compatibilità con il diritto internazionale. La decisione di finanziare il modello albanese con risorse UE rappresenta un endorsement formale che eleva questa pratica da “esperimento” nazionale a modello replicabile: ciò potrebbe estendersi anche a paesi come la Libia o la Tunisia. I nuovi hub mirano a intercettare i flussi deviandoli offshore prima dell’ingresso in UE, il che andrebbe a ridurre il peso sui CPR italiani. Emerge anche una correlazione con la riduzione dei ricollocamenti, che passeranno da quote obbligatorie a volontarie, ridimensionando ulteriormente i meccanismi di solidarietà esterna, spingendo i paesi frontalieri a gestire i flussi più autonomamente e concentrando la gestione di questi ultimi sugli accordi bilaterali con paesi terzi piuttosto che sulla ridistribuzione di responsabilità tra Stati membri. La premier Meloni ha giocato un ruolo cruciale nel negoziato europeo, imponendo una linea dura apertamente ispirata alle politiche migratorie del leader statunitense Trump, un’agenda che privilegia la sicurezza sulle garanzie umanitarie, potenzialmente esponendo migliaia di persone a rimpatri coatti verso paesi non sicuri. Come ha dichiarato pubblicamente, la priorità del governo italiano è “salvare i migranti forzando le leggi con deportazioni rapide”, formulazione esplicitamente paradossale. L’Italia ha condizionato il suo supporto al Patto Migratorio UE all’ottenimento del via libera europeo per il modello Albania, e ha negoziato con successo maggiore flessibilità su detenzioni prolungate e accordi bilaterali esterni.
Giuristi e organizzazioni per i diritti umani hanno sollevato preoccupazioni rilevanti: le detenzioni prolungate potrebbero violare l’articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che tutela il diritto alla libertà personale. I centri di detenzione in paesi terzi come l’Albania, definiti dagli osservatori come “non-luoghi” giuridici, espongono le persone migranti a rischi di abusi, condizioni sanitarie inadeguate, mancanza di ricorsi effettivi e assenza di garanzie procedurali minime. La pratica del rimpatrio forzato verso paesi non sicuri viola inoltre direttamente la Convenzione di Ginevra del 1951, in particolare l’articolo 33 sul principio di non-refoulement, e il timore è che ciò aggravi il problema dei flussi “irregolari” anziché risolverlo, portando ad un aumento delle morti in mare.
La riforma non è ancora definitiva: dovrà essere negoziata con il Parlamento europeo prima della completa entrata in vigore prevista per giugno 2026. Tuttavia, l’aver ottenuto il via libera del Consiglio con una vasta maggioranza segnala che gli spazi per significative modifiche sono limitati. L’Italia continuerà a spingere per l’espansione del modello Albania verso altri partner nel Nordafrica e oltre, mentre i Ministri degli Interni europei monitoreranno i tassi di rimpatrio, con obiettivo stimato del 60%, come indicatori di “successo” della riforma. In conclusione, le decisioni del Consiglio UE rappresentano un momento epocale: l’Unione Europea, fondata formalmente sui diritti umani e sulla protezione internazionale, ha optato per una strategia di gestione della migrazione basata sulla deportazione sistematica e sulla esternalizzazione amministrativa dei diritti. Il “modello Albania”, criticato internamente come una forzatura legale e un’aberrazione umanitaria, è divenuto il paradigma della nuova Europa.
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