Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone
Print Friendly

Il 5 giugno ricorre la giornata mondiale dell’ambiente, un’occasione per riflettere sul cambiamento climatico e sugli sforzi da intraprendere per porvi rimedio. Relativamente a questo tema nelle scorse settimane sono arrivate ottime notizie da uno dei settori che più incide sul clima, quello estrattivo.

Negli stati Uniti, la compagnia petrolifera Exxon Mobil ha visto eleggere nel proprio Cda almeno due consiglieri “attivisti”, favorevoli ad una transizione verso fonti rinnovabili. I consiglieri fanno parte di un fondo di investimento sostenibile che ha messo in atto una pratica chiamata shareholder activism (attivismo degli azionisti) che, “a differenza di altre strategie d’investimento sostenibile molto diffuse, non si limita a selezionare società ritenute già sostenibili (strategia chiamata in gergo integrazione ESG) o a escludere dai propri investimenti imprese poco virtuose (negative screening), ma consiste spesso nell’investire proprio nelle società ritenute meno sostenibili per cambiarle da dentro”.

In Olanda, invece, un tribunale ha imposto alla compagnia petrolifera Shell di ridurre le sue emissioni di CO2 del 45% entro la fine del 2030. Una sentenza storica perché per la prima volta un giudice ha ordinato a una società privata di rispettare l’accordo di Parigi sul clima del 2015 e perché obbliga la multinazionale a impegnarsi per un taglio di emissioni pari al doppio di quello promesso dalla stessa. “La sentenza del giudice arriva a conclusione della causa intentata contro il gigante del petrolio dalla rete di organizzazioni ambientaliste Friends of the earth e altri 17mila querelanti, che hanno accusato Shell di aver consapevolmente messo a rischio la salute delle persone e il raggiungimento degli obiettivi di Parigi, sottovalutando i danni causati dalle sue emissioni di gas serra”.

Infine una notizia che arriva dall’Australia dove una corte federale ha riconosciuto che il ministero dell’Ambiente ha il dovere di pensare al futuro delle giovani generazioni e di proteggerle dalla crisi climatica. Alla storica sentenza si è arrivata grazie all’attivismo di otto studenti australiani tra i 13 e i 17 anni che, tramite class action, avevano chiesto di fermare la ministra dell’Ambiente Susan Ley dall’approvare l’espansione della miniera di carbone di Vickey, nella zona settentrionale del Nuovo Galles del Sud. Se questa fosse stata approvata – la tesi dei ragazzi – avrebbe contribuito al cambiamento climatico e quindi a mettere in pericolo il loro futuro.
Il giudice ha respinto la richiesta di stop (fuori dalle sue competenze), ma stabilito che il ministro ha un “duty of care”, ovvero un obbligo di diligenza di non agire in modo da causare futuri danni alle giovani generazioni. “La corte ha stabilito che il ministro ha il dovere di prendersi cura dei più giovani, delle persone vulnerabili, e quel dovere impone anche al ministro di non agire in un modo che provochi danni – danni futuri – dal cambiamento climatico ai giovani”, secondo le parole del legale degli studenti, l’avvocato David Barnden.

 

Foto di via Pixnio