Processo Condor: ecco cosa ci dice la sentenza, in attesa dell’appello

Gli avvocati nell'aula bunker di Rebibbia al momento della sentenza - Credit: Associazione 24 marzo
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone
Print Friendly

Il 15 maggio scorso la Procura di Roma ha proposto appello contro la sentenza del Processo Condor, emessa a gennaio dopo due anni di dibattimento e 20 anni dall’inizio delle indagini.

Il Processo ha rappresentato un percorso eccezionale sotto il profilo giudiziario, storico, umano. E la sentenza, con i suoi 8 ergastoli e 19 assoluzioni, ha raccolto reazioni ambivalenti. Da una parte sicuramente le considerazioni dei giuristi, concordi nel guardare al giudizio di primo grado come a un grande passo in avanti nell’affermazione della verità e della giustizia rispetto a quello che è uno dei capitoli più bui della storia dell’umanità. Dall’altra le reazioni dei familiari delle vittime, che hanno accolto con grande amarezza e frustrazione la notizia delle assoluzioni, soprattutto per quanto riguarda la componente uruguayana, che ha visto 13 imputati assolti.

Nell’aprile scorso, presso la Fondazione Basso, giuristi, giornalisti, testimoni del Processo Condor, si sono confrontati per proporre una lettura critica della sentenza, per fare un bilancio dei risultati raggiunti e anche per guardare al futuro, al lavoro da fare nel processo d’appello. Il dibattito, moderato da Jorge Ithurburu dell’associazione 24 marzo, ha visto emergere le diverse posizioni a partire dal giudizio unanime sul grandissimo rilievo delle affermazioni contenute nella sentenza.
Cosa ci dice la sentenza e qual è l’importanza storica di queste 150 pagine di motivazione e dei due anni che l’hanno preceduta? Cosa possiamo dire dei tanti anni di apporti da parte della procura, dell’attività dell’autorità inquirente e delle parti civili, che con il loro dolore e la loro testimonianza hanno contribuito a costruire questo passaggio?

Secondo l’avvocato dello Stato Maurizio Greco, l’impianto della sentenza è sostanzialmente corretto e la tesi accusatoria ha trovato pieno appoggio nella sentenza.
“Viene ricostruita sotto le lenti del diritto penale e sotto l’individuazione del diritto criminale quantomeno un decennio di Storia dell’America Latina” ha sottolineato l’avv. Arturo Salerni, legale di parte civile nel processo. La sentenza, sempre secondo Salerni, dimostra che le 27 richieste di ergastolo, ad esito di un lungo e sofferto dibattimento, non sono infondate. Perché si riconosce che il Plan Condor era finalizzato al sequestro e alla morte, non come dato eventuale, ma come fatto premeditato, degli oppositori politici.

Centro clandestino 'El Olimpo' a Buenos Aires. Credit: Progetto Diritti
Centro clandestino ‘El Olimpo’ a Buenos Aires. Credit: Progetto Diritti

Per quanto riguarda l’assoluzione dei “ranghi intermedi” è intervenuta per diversi ordini di motivi. Innanzitutto, essi sono ritenuti colpevoli del sequestro e della tortura, ma il primo reato è prescritto e il secondo non è contemplato dal nostro ordinamento, che non ha neanche istituito una fattispecie per il reato di sparizione forzata. Inoltre, anche laddove il giudice avesse riconosciuto questi gradi intermedi come responsabili degli omicidi, si sarebbe parlato di omicidio con dolo eventuale, e anche in questo caso il reato sarebbe prescritto. La Corte non ha infatti ravvisato la possibilità di sostenere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che gli omicidi attribuiti a questi imputati fossero premeditati, perché non si riescono a definire con esattezza gli ultimi passaggi. È proprio su questo che dovranno vertere gli sforzi dell’accusa pubblica e privata nel processo d’appello: sul dimostrare che anche questi gruppi definiti dalla Corte “ranghi intermedi”, e di cui fa parte anche l’unico imputato non contumace, l’italo-uruguayano Jorge Nestor Troccoli, sapevano che le persone catturate sarebbero state destinate alla morte.

Difficile non registrare però, rispetto alla sentenza, anche la delusione, se non il dissenso, della società civile, delle associazioni dei familiari, soprattutto in Uruguay. Preoccupa soprattutto, ha sostenuto Mitha Guianze, ex Procuratrice di Montevideo, la situazione di Troccoli: “Per noi che lavoriamo per memoria verità e giustizia, il fatto che Troccoli sia libero è la rappresentazione dell’impunità. L’ultima possibilità perché si faccia giustizia su di lui si trova in questo processo”. In Uruguay, dopo il ritorno della democrazia nel 1985, alle insanabili ferite inferte alla popolazione dalle dittature, si è aggiunto il dolore e la frustrazione di una legge che ha impedito la persecuzione penale dei terroristi di Stato (Ley de la Caducidad). Anche oggi che la situazione è cambiata, il perseguimento della giustizia è ostacolato dal patto di silenzio fra i militari, che non vogliono rivelare la verità sulla sorte dei desaparecidos.

Un’altra questione fondamentale con cui ci dobbiamo confrontare nella lettura della sentenza, secondo Maria Chiara Campisi (European University Institute), è il fatto che il nostro ordinamento è carente e non conforme agli standard internazionali che affidano agli Stati l’obbligo di punire e reprimere i responsabili di crimini internazionali come la tortura e la sparizione forzata: “L’omicidio, il sequestro non sono sufficienti a esprimere la gravità dei fatti con cui ci confrontiamo. Non abbiamo strumenti sufficienti a cogliere l’essenza giuridica e l’essenza sostanziale del crimine con cui stiamo avendo a che fare”. Questo vacuum normativo rende il nostro Paese un porto sicuro per i torturatori.

Inoltre, per quel che riguarda il crimine di sparizione forzata – per cui l’Italia ha ratificato la convenzione nel 2015 ma non ha ancora approvato una legge – uno degli elementi principali è proprio la mancanza di informazioni sulle sorti della vittima. In questo senso l’incertezza è elemento essenziale di questo crimine. L’inserimento di questo reato nel nostro ordinamento avrebbe consentito di leggere i fatti e poter argomentare diversamente intorno alle responsabilità anche dei quadri intermedi.
Secondo l’avvocato Greco invece, nel nostro ordinamento sono già presenti gli strumenti per portare alla condanna gli imputati assolti in primo grado. “Ricordiamo i sequestri a scopo di estorsione in Italia dove i sequestratori sono stati condannati per sequestro di persona e per omicidio, nonostante non siano stati trovati i corpi delle vittime. Dobbiamo rifarci alla giurisprudenza dei sequestri di persona”.

In ultimo c’è da ricordare come pochi mesi fa in Uruguay, il sedicente Commando Barneix, probabilmente composto da ex militari e uomini dell’intelligence, ha stilato una lista di 13 persone, tra cui giuristi, attivisti, ricercatori, in forza del loro impegno sui diritti umani e sui fatti relativi al Plan Condor, cui ha fatto pervenire delle minacce di morte. Anche questo a dimostrazione che il percorso di giustizia, che in Italia andrà avanti di fronte alla Corte d’Assise d’Appello, riguarda il presente di tutti e che la democrazia può consolidarsi solo nella difesa della memoria e nella ricerca della verità.

 

Mary Cortese è addetto stampa di Progetto Diritti.