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Il 10 ottobre in tutto il mondo si celebra la giornata contro la pena di morte. Per l’occasione, vi proponiamo una riflessione del nostro presidente Patrizio Gonnella (e di papa Francesco!) sull’imperativo di combattere contro le sentenze capitali.

 

“È impossibile immaginare che oggi gli Stati non possano disporre di un altro mezzo che non sia la pena capitale per difendere dall’aggressore ingiusto la vita di altre persone”.

Così scrive papa Francesco in un discorso rivolto alla comunità dei penalisti mondiali.
Il Pontefice dunque scrive parole chiare contro la pena capitale.

Ancora papa Francesco:
“Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà”.

Gli Stati non sono proprietari della vita delle persone. I corpi e le anime degli esseri umani, anche di quelli che hanno commesso i crimini più efferati, non sono liberamente disponibili.

Gli argomenti contro la pena di morte sono tra i più vari: etici, religiosi, efficentisti, di politica criminale.  Ve ne è uno, il più forte di tutti. Ed è un argomento che risale alle teorie filosofiche contrattualiste. Nessuno in una società si farebbe comandare, dirigere, governare stipulando un patto mortale. Nessuno sottoscriverebbe il proprio omicidio. Nessuno offrirebbe la rappresentanza politica a chi poi potrebbe ammazzarlo.
Dunque è l’empatia il motore della catena abolizionista. Solo quando saremmo capaci di immedesimarci con il condannato a morte,  consapevoli che sarebbe potuto accadere a noi, allora scatterà l’osservazione contrattualista: mai avremmo dato il nostro consenso a farci ammazzare. Anche lui sulla sedia elettrica, in attesa di essere fucilato o di essere impiccato penserà la stessa cosa.