Una riflessione sulla violenza

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Violenza e libertà. Delitti e diritti. Autorità e democrazia. Stato di eccezione e stato di diritto. Sono questi i poli in discussione. La premessa è che mai si legifera in campo penale dopo un episodio, seppur grave. Questa è la regola che dovrebbe governare l’azione di un buon legislatore. Invece, siamo costretti a subire un deterioramento delle garanzie individuali ogniqualvolta accade qualcosa nelle nostre strade, qualunque sia la natura di questo episodio. È un cattivo legislatore quello che stravolge le regole del gioco penale sulla base di valutazioni emergenziali, di emozioni strumentalizzate.

Mi sono formato politicamente leggendo Aldo Capitini, Danilo Dolci, Luigi Ferrajoli e penso che la nonviolenza sia non solo una pratica ma una teoria capace di trasformazione sociale. Mi sento profondamente, radicalmente nonviolento. Chi usa la violenza (o anche si propone come un esteta della violenza) in un contesto come quello di una manifestazione di piazza fa il gioco dei violenti, è contro lo stato di diritto, usa le categorie della guerra e del nemico. Categorie che io aborro. Empatia e indignazione possono diventare valanga se si accompagnano a pratiche che non occhieggiano alla forza fisica e ai pestaggi, che sono sempre qualcosa di machista e inaccettabile.

Detto questo, è politicamente volgare e giuridicamente inammissibile ogni strumentalizzazione dell’episodio torinese per ridurre la libertà individuale e collettiva di dissenso e protesta, azzerare gli spazi di azione civica, aumentare le pene, cancellare le garanzie, cacciare i migranti (che non erano alla manifestazione di Torino), rendere immuni e impuniti gli agenti delle forze dell’ordine.

Nessuno è sopra la legge. La violenza delle istituzioni è anch’essa violenza. Un poliziotto vale uno, come un ferroviere, un impiegato, un operaio, un insegnante, un giudice, uno studente.  Non può essere sopra la legge. È custode della legge. Merita rispetto come un ferroviere, un impiegato, un operaio, un insegnante, un giudice, uno studente. Il diritto penale usato come manganello sociale e che non minimizza la violenza dei delitti e delle pene perde ogni senso e stravolge il suo significato originario. 

Infine, le accuse a chi si è macchiato di reati a Torino saranno definite dai giudici e non possono essere predeterminate da chi ha responsabilità politica. Saranno i giudici a decidere se è tentato omicidio, violenza privata, lesioni, niente o cos’altro. Questo vale per Torino come per Crans Montana come per mafia capitale.