Perché il “Board of Peace” di Trump è un’idea nefasta

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L’idea di istituire un Board of Peace promosso dagli Stati Uniti sotto l’egida dell’amministrazione Trump, con lo stesso tycoon autonominatosi presidente, non è solo discutibile sul piano politico: è profondamente sbagliata sul piano storico e istituzionale. Non perché la pace non meriti nuovi strumenti, ma perché questo strumento nasce in aperta contrapposizione al sistema multilaterale costruito dopo la Seconda guerra mondiale, e nei decenni successivi, e lo fa attraverso un atto unilaterale che ne mina le fondamenta.

Le Nazioni Unite non sono un semplice forum diplomatico né un organismo astratto. Sono il risultato di una scelta precisa compiuta dagli Stati dopo il 1945: limitare volontariamente una parte della propria sovranità per evitare che la logica di potenza producesse di nuovo guerre sistemiche. Quel compromesso, che a volte appare imperfetto, altre lento, spesso frustrante, è il cuore del multilateralismo contemporaneo. Creare un organismo parallelo, deciso e finanziato unilateralmente, significa rimettere in discussione proprio quell’accordo.

Il punto non è solo simbolico. Il contemporaneo taglio dei fondi alle Nazioni Unite, affiancato allo stanziamento a questo nuovo Board of Peace, rende l’operazione ancora più grave. Non siamo di fronte a un “rafforzamento” degli strumenti per la pace, ma a una loro sostituzione selettiva: si indebolisce il sistema condiviso e si finanzia una struttura che risponde a una sola visione politica. È un messaggio chiaro: il multilateralismo è tollerabile solo finché non intralcia l’interesse nazionale.

Questa impostazione ignora la natura reale del sistema ONU. Le Nazioni Unite non sono solo il Consiglio di Sicurezza. Sono un ecosistema complesso fatto di agenzie specializzate, special rapporteurs, gruppi tematici, missioni sul campo, meccanismi di monitoraggio e spazi di dialogo che permettono agli Stati di parlarsi anche quando la diplomazia bilaterale è bloccata. È proprio questa complessità ad aver consentito, negli ultimi decenni, di mantenere canali aperti anche nei momenti di massima tensione internazionale.

Il multilateralismo non è un valore morale astratto: è uno strumento pratico di gestione dei conflitti. Funziona lentamente, spesso male, ma funziona perché nessuno ne è pienamente proprietario. Distruggerlo o svuotarlo dall’interno non rende il mondo più sicuro, non rende il dialogo più efficace, ma crea più instabilità e insicurezza, delegando la ricomposizione dei conflitti a pochi attori, spesso interessati.

Il punto poi, non riguarda solo le Nazioni Unite, ma tutti quegli altri meccanismi che ci si è voluti comunemente dare: la Corte Penale Internazionale, il cui mandato è stato più volte messo in discussione negli ultimi mesi; il Consiglio d’Europa, che sta subendo attacchi rivolti soprattutto alle decisioni assunte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. 

Se davvero l’obiettivo fosse la pace, la strada sarebbe opposta: rafforzare le agenzie multilaterali, riformarne i meccanismi decisionali, investirne le agenzie, rendere più incisivi i suoi strumenti di prevenzione dei conflitti. Non creare organismi alternativi che rispondono a logiche di potere e che, nel lungo periodo, frammentano ulteriormente la governance globale.

Il Board of Peace non è un’innovazione, è un passo indietro. E la storia ci ha già mostrato quanto sia pericoloso smantellare, pezzo dopo pezzo, gli argini costruiti per evitare che la forza torni a sostituire il diritto e che questa resti l’unico strumento a disposizione degli Stati.