Nuovo pacchetto sicurezza: più repressione

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Nuovo pacchetto sicurezza: più repressione non significa più diritti né più giustizia

Dopo l’approvazione, nel giugno scorso, della legge di conversione del cosiddetto decreto sicurezza e immigrazione – un provvedimento che ha rappresentato il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana italiana – il Governo torna all’attacco con ulteriori proposte di carattere repressivo, confermando una linea politica improntata all’inasprimento delle misure penali e alla compressione delle garanzie fondamentali.
Il Governo infatti, ha recentemente presentato un nuovo pacchetto sicurezza composto da due testi di legge distinti che saranno convertiti rispettivamente in decreto legge e disegno di legge. L’insieme di queste norme segna un ulteriore e preoccupante arretramento sul piano delle garanzie costituzionali, dei diritti fondamentali e delle libertà civili in Italia.

Questo pacchetto, pur articolato in strumenti normativi differenti, rispecchia una visione della sicurezza basata essenzialmente sulla repressione penale e sulla compressione dei diritti, più che sulla prevenzione, sulle risposte sociali strutturate o su politiche pubbliche realmente efficaci per affrontare fenomeni complessi.

Più pene, meno diritti: un modello sbilanciato

Nel disegno di legge sono previsti inasprimenti sanzionatori senza precedenti, con pene talvolta sproporzionate in relazione alla gravità dei fatti. La logica alla base è quella di affrontare questioni sociali delicate – come insicurezza urbana, marginalità e conflitti sociali – con il solo strumento del diritto penale, ignorando che la giustizia penale da sola non risolve problemi sociali complessi e rischia anzi di produrre nuovi squilibri e stigmatizzazioni.

Ancora migranti nel mirino, con misure criticate dal diritto internazionale

Anche questo pacchetto riafferma misure nei confronti delle persone migranti che ripropongono l’approccio emergenziale del passato. Tra queste, l’ipotesi di un blocco navale temporaneo deciso dall’Esecutivo senza efficace controllo giurisdizionale, in contrasto con i principi del diritto internazionale del mare e dei diritti umani.

Per CILD, è fondamentale ricordare come l’Italia abbia già ricevuto forti critiche da organismi internazionali per la gestione dell’immigrazione e dei centri di detenzione amministrativa, sia sul piano dei diritti umani che della conformità al diritto internazionale.

I CPR: una ferita aperta nel sistema dei diritti

Il tema dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) costituisce da anni un banco di prova della politica migratoria italiana. CILD, insieme ad altre organizzazioni, ha denunciato in molteplici sedi – nazionali e internazionali – come questi centri siano luoghi in cui persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà personale in condizioni spesso degradanti e per lunghi periodi, senza tutele giurisdizionali adeguate.

Particolarmente gravi risultano le disposizioni che prevederebbero l’abrogazione della norma che garantisce il gratuito patrocinio – senza verifica reddituale – nella fase giurisdizionale di impugnazione del provvedimento di espulsione del cittadino di Paesi extra-UE. È noto, infatti, che per le persone provenienti da Paesi extra UE la verifica delle condizioni reddituali è spesso impossibile nella pratica o comunque non tempestiva: una scelta che, di fatto potrebbe annullare del tutto la possibilità di accedere al gratuito patrocinio e quindi alla tutela giurisdizionale.

Ulteriore motivo di forte preoccupazione è l’ipotesi secondo cui, nel caso in cui lo straniero venga rintracciato dopo la violazione del secondo ordine questorile, non si proceda all’adozione di un nuovo provvedimento di espulsione, ma alla mera esecuzione di quello precedentemente emesso. Si tratta di una riforma che solleva rilevanti interrogativi di compatibilità con i principi del nostro ordinamento, in particolare sotto il profilo delle garanzie procedurali, e che sembra rispondere solo all’esigenza di accelerare l’esecuzione delle espulsioni, con il rischio di comprimere le tutele riconosciute alle persone migranti.

La sentenza della Corte Costituzionale del 2025 ha ribadito l’inadeguatezza dell’attuale quadro normativo sul trattenimento nei CPR, evidenziando la necessità di garanzie costituzionali reali. Tuttavia, CILD sostiene da tempo che la risposta non può essere quella di rafforzare o ampliare un sistema che ha mostrato gravi carenze di tutela dei diritti umani; al contrario, è necessario porre fine alla detenzione amministrativa nei CPR e investire in percorsi alternativi che rispettino la dignità delle persone.

In passato, CILD ha anche presentato al Parlamento documenti critici sulle norme di trattenimento nei CPR, evidenziando come l’aumento dei tempi di detenzione o l’apertura di nuove strutture non risolvano i problemi strutturali di un modello che, oltre a essere inefficace, è costoso e spesso lesivo di diritti fondamentali.

Minoranza e protesta: misure che circondano e comprimono le libertà

Un altro elemento di forte preoccupazione riguarda il trattamento riservato ai movimenti di protesta e alla libertà di manifestazione. Le nuove norme prevedono poteri di perquisizione straordinaria e fermi di polizia estesi, spesso senza reale controllo giudiziario, oltre alla creazione di figure e poteri affievoliti di controllo democratico su forze di polizia e pubblici ufficiali. Questo orientamento contrasta con il principio costituzionale di libertà di espressione e di associazione, e con la giurisprudenza consolidata che richiede proporzionalità e garanzie anche nelle fasi di ordine pubblico.

Una visione sbagliata della sicurezza

Lo abbiamo detto molte volte: la sicurezza non si costruisce rispondendo con il solo diritto penale a fenomeni sociali complessi. Politiche basate sulla repressione, sulla detenzione amministrativa e sull’inasprimento delle pene non rispondono alle domande reali dei cittadini. Negli ultimi vent’anni si sono susseguiti numerosi pacchetti sicurezza, ma la percezione di insicurezza resta, a dimostrazione che l’approccio adottato non affronta le radici dei problemi né produce risultati duraturi.

La nostra richiesta alle istituzioni

CILD continuerà a monitorare con attenzione l’evoluzione normativa e ad attivarsi, insieme alla società civile, per promuovere soluzioni che mettano al centro i diritti umani, le garanzie costituzionali e una visione della sicurezza che non sia sinonimo di repressione.

Il Parlamento, nel suo ruolo di custode della Costituzione, deve aprire un dibattito serio e approfondito su queste materie, mettendo al centro la dignità delle persone, il rispetto delle libertà civili e il ruolo delle tutele giurisdizionali, anziché inseguire scorciatoie che rischiano di erodere i fondamenti dello Stato di diritto.